#GiroInvisibile, Tappa 14 – Galibier

Galibier, 19 maggio 2013

Non ero per strada, quel giorno, ma a casa per preparare una verifica di matematica che sarebbe stata il giorno successivo. Era un periodo in cui io e la matematica sembravamo due aliene, l’una verso l’altra. Più provavo a dimostrarle la mia buona volontà, più lei mi abbandonava a me stessa, costringendo il mio libretto dei voti a riempirsi di insufficienti.
In fondo, la matematica è come tutti noi: aspetta qualcuno che la comprenda.

Siamo tutti la matematica di qualcuno. E qualcuno è per noi la matematica.

Il conforto da quell’ulteriore presagio di votaccio si chiamava Giro d’Italia. E l’arrivo sul Galibier. E la fuga dell’omino con il numero 149. Da solo, con lo spettro di una bufera di neve nel destino da coraggiosa sentinella in avanscoperta. Io seduta sul pavimento, con le gambe prive di sensibilità, sperando di poterlo spingere sempre più avanti, fino a dopo la linea bianca.

Il cielo si stava avvicinando. La vetta era a vista.

Dai, Giovanni, dai. Ripetevo ad alta voce, come a recitare un mantra a mani congiunte, sperando che i dio tempo potesse fermarsi per gli altri e proseguire per lui. Perché c’era tanta sofferenza, dietro ogni pedalata. Tanti demoni scacciati, schiacciati, accartocciati. Tanti dubbi rimossi, scartavetrati dall’anima. Quella strada cullata dai fiocchi gelidi che abbracciavano ogni centimetro del suo corpo e si scioglievano al contatto con la sua maglia a maniche lunghe, sembrava quasi accompagnarlo; era come se ci fosse qualcuno che lo scortasse, a dirlgi che non era il momento di voltarsi indietro.

Ma era solo giunto il momento di andare, fieramente, finalmente, avanti.

Non dimenticherò mai la sincronia delle lacrime, la gioia incredibile di quei momenti. Come essere lì, sotto la neve, su strade in lingua francese, a condividere un frammento della felicità di quell’omino giunto da solo al traguardo. Lui, nato il 13 gennaio, come l’uomo a cui quella tappa era dedicata. Lo aspettava, dipinto sulla neve, il suo nome impresso nella storia del mondo. Lui, che aveva sofferto troppo e che era rinato, scoprendo che è salendo, salendo ancora, salendo sempre di più, che la vita regala un traguardo inaspettato.

Era giunto, quel momento, che tanto ha voluto. E’ giunta la vita a ricordargli quanto un uomo può costruire con le proprie mani.

Non ero per strada, quel giorno. Avrei voluto congelare in mezzo alla tempesta di neve, invece di distruggere le ginocchia sul pavimento piastrellato del mio soggiorno. Lo guardavo, salire, non distogliendo mai gli occhi dalle sue ruote. Ricordo la strada non finire mai, ma quando è finita, non ricordo altro che immaggini appannate di lacrime. Non lo ringrazierò mai abbastanza per tutto questo.

Il suo numero, proprio quel dorsale, il 149, lo guardo ogni notte prima di addormentarmi, per sognare sempre un po’ più in grande.

#GiroInvisibile, Tappa 13 – Cervinia

Vivo in più luoghi contemporaneamente. Dopo aver lasciato una città, un paese, un bosco, una spiaggia sperduta, la cima di un monte, è come se un frammento di me, restasse ancorato lì. E aspetta solo che il resto del mio DNA torni a trovarlo.

La Valle d’Aosta è uno di quei luoghi in cui sono stata in vacanza da bambina e che trova, spesso, qualche occasione per far sì che io torni a trovarla. Ho imparato a riconoscere la sua aria, dopo il casello autostradale di Quincinetto, l’ultimo, prima di entrare in valle. Aprendo il finestrino, tutto cambia. Come ad oltrepassare una barriera magica, ci si sente attraversati da un benessere improvviso, che solo quel luogo è in grado di emanare.

Quella volta, avevamo prenotato nel residence dove avevamo passato le vacanze l’estate precedente, località Les Fleurs, frazione di Gressan, a qualche chilometro da Pila. Dentro quella struttura, c’è odore di legno. Di baita. Di vita. La colazione erano brioche appena fatte con il cappuccino fatto con il latte delle mucche poco distanti da lì. Non troppe curve sotto, c’era un supermercato con la maggior parte di prodotti locali, tra cui dei grissini di un forno di Aosta che erano la fine del mondo. Sono uno dei motivi per cui mi convinco a tornare. Per non parlare della fontina d’alpeggio. E’ un dato di fatto, la montagna mette appetito. E solo quando sei veramente felice hai sempre fame. La montagna rende felici e migliori.

Cervinia l’avevo visitata solo una volta, fino a quel momento. E non mi aveva colpito molto. Ero entusista all’idea di rivedere il Cervino, perché la volta precedente era coperto dalle nuvole, come spesso accade, a quanto dicono gli abitanti del luogo. Capita di vederlo fumante, oppure con un cappello. Alle sue pendici, un campo da golf, dove, se si è fortunati, si possono vedere le marmotte con le loro enormi code, sgattaiolare tra una tana e l’altra.

La salita verso il paese era piena di tornanti infiniti e mentre li affrontavamo in auto, immaginavo i corridori, sparsi, alcuni a menare davanti, per una vittoria propria o del capitano, altri a vendere l’anima al diavolo, in fondo, pur di arrivare in cima. Per questo gli arrivi in salita mi sono sempre piaciuti così tanto. Per la possibilità di poterli vedere tutti, uno per uno. Non si guarda mai l’orologio, e non importa se incomincia a far buio mentre si torna a casa, l’importante è averli applauditi tutti, aver loro alleggerito la strada almeno per qualche istante con una piccola parola di conforto, un applauso, un sorriso.

Ho trovato la mia curva. Un muretto con un prato sopra, un albero e lo spazio adatto ai miei sogni nell’attesa del gruppo. Con il solito panino con la moccetta e una bottiglia d’acqua, alle corse non serve altro. C’è la gioia che sazia, c’è la’drenalina che blocca ogni singolo stimolo. Tutto è meraviglioso. E quando il gruppo ha iniziato a mostrarsi nella sua bellezza, non ci sono spiegazioni da poter dare. Si ha il privilegio di incrociare le vite di centinaia di persone, lì per il tuo stesso motivo, poter sentire di essere nel posto che ti appartiene.

Vivo in molti luoghi contemporaneamente, per questo amo il ciclismo, solitamente me li fa rincontrare tutti, sia che io torni fisicamente, sia che io li ascolti, li veda e immagini i loro odori da uno schermo tv. Vivo di molti luoghi, di molte cose, di molte persone. Vivo di storie incompiute e lieto fine. E il ciclismo, un lieto fine, me lo regala sempre.

#GiroInvisibile, Tappa 12 – Savona

Savona, 18 maggio 2012

Era un venerdì mattina. A scuola mi avrebbero aspettato sei ore tra italiano, matematica ed educazione fisica. Sì, me lo ricordo ancora perché ho conservato tutti i diari e sono andata a ricontrollare l’orario delle lezioni. E ho ritrovato, nella pagina di quel giorno, anche il biglietto del treno, il regionale delle 7.59 che partiva da Genova Sampierdarena e sarebbe arrivato a Savona circa un’oretta più tardi. Era strano trovarsi lì, in stazione. Di solito, alle corse, ci ero sempre andata con i miei genitori in auto.

Quella mattina non ero sola al binario. Con me, c’era Helison, che a contare gli anni in cui ci conosciamo ora, scriverei quasi una doppia cifra. Anzi, la doppia cifra c’è, o quasi. Dall’ottobre 2010. Dieci anni (quasi) tondi. Helison arrivava da Verona, da Cerro Veronese, per la precisione. La sera prima era venuta a dormire a casa mia. La nostra amicizia è nata grazie ad un corridore in particolare, che con lei condivide l’accento. Damiano Cunego, che per me è stato il dopo Pantani. Ricordo la scoperta incredibile di conoscere un’altra ragazza che seguisse il ciclismo con la mia stessa passione. E ricordo di essere stata felicissima quando mi ha confermato che sarebbe potuta venire fin giù in Liguria per seguire insieme una tappa del Giro.

Savona sarebbe stato il nostro punto d’arrivo e il punto di partenza per la tappa. Un continuo rincorrere il ciclismo. Quando tu arrivi, lui riparte subito. Lo vedi di sfuggita, ti fa annusare a malapena il suo profumo, e poi scappa. Come Angelica con Orlando. E lo abbiamo salutato per davvero, Damiano. Ma non solo. Quella mattina, l’emozione si è moltiplicata all’infinito, perché al pullman di un’altra squadra mi aspettava la bella sorpresa di poter finalmente abbracciare un altro amico, con cui la cifra tonda è superata da più tempo. Tredici. Dal 2007, al Campionato Italiano di Genova. Lui, quel Tricolore lo vinse e io ne rimasi incantata. E da lì, il lungo viaggio per un’amicizia importante.

Giovanni Visconti è una persona incredibile. Non solo un campione in bicicletta, ma anche un cuore gentile e accogliente, per il quale non troverò mai parole appropriate per descrivere quanto sia stato importante per me. Come un eroe per una ragazzina che sogna. E anche di più. E insomma, quella mattina, scambiare quattro chiacchiere con lui mi è sembrato un privilegio da persona fortunata.

Con la sua solita fretta, il Giro si è vestito e ha lasciato la città per percorrrere il tragitto che qualcuno gli ha tracciato mesi prima. E io sono rimasta lì, aspettando con impazienza che l’anno dopo, almeno in un punto della cartina geografica, le nostre strade avessero potuto incontrarsi di nuovo.

#GiroInvisibile, Tappa 11 – Barbaresco

22 maggio 2014, Barbaresco

Barbaresco mi è apparso come un mondo incantato. Arrampicato in cima ad una collina, col campanile che spiccava, come una freccia puntata verso le nuvole. Sulle braccia del colle, lunghe file di viti; a dar loro il via, una pianta di rose rosse, una per ogni fila. La rosa rossa all’inizio del filare ha diversi significati: c’è chi dice che doni più aromaticità all’uva, chi la collega a riti scaramantici ed esoterismo, altri che invece sostengono che sia una pianta sentinella, ovvero avverte per prima l’eventuale presenza di batteri, allertando il viticoltore che, in questo modo, potrebbe salvare il raccolto.

Le rose del Barbaresco profumavano di vita vera.

La vita, quella di una volta. Quella che raccontavano gli anziani del paese, fuori dalle loro aziende vinicole, con i calici posizionati sulle botti e le bottiglie pronte per essere stappate. Alle 10 di mattina. La salita verso il centro del paese era abbastanza ripida, costringeva a fermarsi per riprendere fiato. Ma forse era semplicemente un modo del territorio di dire ehi, guarda cosa ti circonda!

Ed effettivamente, era tutto incredibilmente magico.

Sin dall’inizio della giornata, avevo capito che sarebbe stata una tappa fuori dai canoni. Barbaresco conta 624 abitanti. Ed è a misura di queste 624 persone. Piccino, incastonato nel mondo, come un diamante prezioso. E’ Patrimonio dell’Umanità per l’UNESCO. Edificata originariamente dai celti, è una delle località che si contende i natali dell’imperatore romano Pertinace, un imperatore militare, ucciso dopo tre mesi dalla sua nomina, e, come accade spesso, poi divinizzato. Le strade di Barbaresco riempiono l’anima di storia, romana e contadina.

La mia domanda era quindi una sola: come far stare imponenti pullman per le strade di un paese arrocato in collina? Eppure, tutto è stato possibile. Alcuni erano dentro i cortili di alcune abitazioni private, altri sistemati in modi non dicibili da esseri umani. Eppure, era il Giro, e andava bene così.

Quel giorno, ebbi l’opportunità di fare una sorpresa a mio papà. Sapevo che ci sarebbe stato Michele Bartoli, come già vi ho raccontato, uno dei suoi idoli e con una scusa, l’ho trascinato al pullman della Lampre. Quando lo ha visto, da lontano, l’ho sentito tornare bambino. E quando Michele si è avvicinato, hanno scambiato due parole, concludendo l’incontro con una foto. Quando poi Bartoli è tornato alle sue occupazioni, mio papà mi ha chiesto “non gli ho detto la metà delle cose che volevo dirgli”. Ma penso che l’ammirazione, la stima e la gratitudine, Michele, le abbia capite solo guardandolo negli occhi. E poi, davanti ai nostri miti, le parole non escono mai come vorremmo. E Michele lo sa.

Le nuvole sopra Barbaresco non hanno dato scampo alla speranza di non aprire gli ombrelli e il diluvio ha battezzato quella giornata così importante per la classifica generale. Ci siamo rifugiati sotto un albero di kiwi in mezzo ad un prato, in attesa della fine della pioggia, che ha smesso di scendere solo quando la tappa era ormai finita.

Con le scarpe immerse nel fango, abbiamo ripreso la strada che avevamo percorso per arrivare dal parcheggio organizzato in un campo arato al centro del paese. Sembrava quasi che un’onda temporale avesse travolto tutti. Le vie si svuotavano mentre le finestre delle case si accendevano, in attesa dell’arrivo della sera. I pullmann, ormai quasi tutti partiti in direzione Barolo, avevano lasciato le loro postazioni e gli ultimi erano circondati da persone che stavano sistemando gli ultimi dettagli per raggiungere gli altri.

Per la strada, tanta gente che seguiva il nostro stesso itinerario, controllando i siti di informazione per capire chi aveva vinto la tappa. “Ha vinto Uran, ha anche la maglia!” ha detto qualcuno.

Il Giro è bellissimo perché dà voce a tutti, crea confidenza anche tra persone sconosciute, le unisce dentro un unico, grande mondo, e in un periodo sempre più distruttivo, sempre più lontano da quello che si potrebbe definire unito, pensare di poter essere umani è un gran bel sentimento.

#GiroInvisibile, Tappa 10 – Colle di Cadibona

9 maggio 2004, Colle di Cadibona

Avevo comprato una giacca rosa, di quelle passepartout da usare un po’ tutti i giorni, e non aveva nulla di speciale, ma per me era l’acquisto del secolo. Perché l’avevo trovata in negozio prima del Giro, perché era perfetta per quella giornata uggiosa e relativamente fresca, per essere i primi di maggio in Liguria.

Affrontavo, quel giorno, la mia prima vera trasferta lontana da casa. Il Colle di Cadibona lo avevo studiato a scuola, in geografia e, senza accorgermene, stavo facendo quello che in futuro avrei chiamato ricerca sul campo; ho pensato che era proprio come lo avevo immaginato, descritto dalla maestra Maria.

Avevamo comprato la Gazzetta dello Sport, quella mattina, ed era stato così strano vedere le vie dove eravamo stati il giorno precedente nelle pagine rosa del giornale. Dovete sapere che sin da piccola, sono stata molto orgogliosa delle mie origini e ora che di anni ne sono passati un bel po’, parlare della mia città in particolare, ma della mia regione in generale, mi crea dentro un senso di attaccamento che sfocia in commozione; a quel tempo, mi limitavo ad andare fiera di vedere Genova raccontata con le biciclette per tutta Italia.

I giorni precedenti, avevo occupato il tempo a preparare un cartellone. Un’altra prima esperienza, perché di solito, li creavamo in classe per le recite di fine anno con le tempere. In quel caso, invece, mamma aveva disegnato i contorni e poi io avevo colorato le varie lettere coi pennarelli; una faticaccia! Ma ero fiera del risultato. Lo avevo poi arrotolato e lasciato all’ingresso, pronto ad uscire nel giorno prestabilito.

Il viaggio in macchina, con la musica, immancabile, ancora con le audiocassette. Forse The Police, forse Litfiba. Il parcheggio di fortuna, i metri a piedi per raggiungere l’arco con la bandierina del GPM. Le transenne brandizzate a coccolare la curva, contornandola in un mondo privo di contorni. L’appostamento sulla sinistra, per vederli meglio. La carovana, con la mia vettura preferita, il Ghiro d’Italia con la rosea tra le zampe.

E il cartellone pronto a vedere il sole.
E la voce pronta per loro. Per lui, per Ale Petacchi.

Alè, Petacchi!

Non ricordo l’attimo esatto in cui lo vidi, ma lo gridai, quell’incitamento che era anche scritto sul cartoncino bianco. E immaginai per lungo tempo, che lo avesse sentito. E lo immagino ancora adesso.

Ricordo però, la mia tristezza. Per la fine di un piccolo sogno. Per aver potuto conoscere il Giro d’Italia e doverlo già salutare. Per tutto quello che avevo imparato e che già avrei dovuto archiviare. E come spiegarlo il ritorno a casa con gli occhi agganciati al cielo, che pregano “non portarmi via”, la fronte appoggiata al finestrino che non voleva fermarsi e il Giro che era sempre più lontano. Lo avrei rivisto in televisione, ma niente alè, Petacchi.

Il giorno dopo ci sarebbe stata la scuola. Niente applausi o corridori, solo corridoi di malinconia.

#GiroInvisibile, Tappa 9 – La Spezia

La Spezia, 13 maggio 2015

E’ raro che io vada da sola alle corse. Principalmente perché son dell’idea che i momenti di gioia debbano essere condivisi. Quel giorno però, avevo deciso di prendere un treno Intercity e andare a La Spezia. Pur essendo ligure, non ero mai stata in questa città, quindi ho approfittato per uno di quei momenti che chiamo di turismo a casa mia.

Scesa alla stazione centrale e attraversata la piazza di fronte, la strada scendeva dolcemente verso un vicolo non troppo stretto, affollato di gente e negozi, con le solite vetrine colorate di rosa. Almeno una bandierina o un palloncino addobbavano ogni singolo negozio. Ricordo il vociferare dentro i panifici, i fruttivendoli e i bar. Qualcosa che sembrava talmente normale quasi da non farci caso.

Era prestissimo, il foglio firma avrebbe aperto dopo un’ora, tutto il tempo per scoprire angolini nascosti, ma anche non troppo. Ho visto l’Arsenale Militare, il molo, lo Stadio Picco, i giardini comunali e un viale alberato di sole palme, che disegnava una prospettiva incredibile, quasi come un lungo tunnel verso un paradiso di mare. Ricordo la brezza sottile che mi accarezzava il collo, mentre ammiravo il blu puro del golfo da una panchina e il monumento equestre a Garibaldi, nella sua particolarità e rarità, essendoci il cavallo che impenna sulle zampe posteriori.

Un po’ come i corridori, del resto. Cavalieri armati di destriero che non seguono mai le regole. Un po’ come Davide Formolo, che il giorno precedente, a La Spezia, ci era arrivato da solo. Nessuna regola letta sui libri, nessun copione. Solo un istinto da rampante fuoriclasse. E quando poi i pullman delle varie squadre sono finalmente arrivati, ho voluto osservare da vicino il viso da giorno dopo. Una consapevolezza che non compri da nessuna parte, tanti intorno a lui a ricordargli la cosa da grandi che aveva fatto.

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Ho avuto, quel giorno, il privilegio di poter vivere la partenza da dentro il gruppo. Ho avuto la visuale diretta degli ultimi istanti prima di agganciare gli scarpini ai pedali. C’è chi fa gesti scaramantici, chi sorride poggiato al manubrio, chi ha il privilegio di avere la propria famiglia al di là delle transenne.

Dopo quel via, si è conclusa la mia settimana in rosa. Cinque giorni di Giro d’Italia che mi hanno fatto salire sul treno di ritorno con la mente annebbiata, offuscata dalle poche ore di sonno e dalla saudade che solo chi vive il ciclismo può capire, dai tanti chilometri in macchina. Un nastro che si scorre, come le rotaie della ferrovia che mi ha riportato verso casa. L’annuncio dell’arrivo imminente del mio treno alla stazione di Genova Piazza Principe ha sciolto ogni possibile dubbio. Quelle ore d’amore erano finite, ma lasciavano intravedere uno spazio, come un punto a capo in un romanzo dal finale aperto.

#GiroInvisibile, Tappa 8 – Cervere

Cervere, 18 maggio 2013

A Michele Scarponi

“Come la vedi la tappa di oggi?”
Male.
“Per la pioggia o per il percorso?”
Per le gambe.
“Sono scariche?”
Un po’ scariche, sono un po’ stanco, ma spero che gli altri siano più stanchi di me.
“Hanno tolto il Sestriere, come la vedi?”
Meglio.
“Domani senza Galibier?”
Meglio.

Avrei potuto riassumere con questa breve e geniale intervista la partenza di Cervere. Umidissimo, con i miei capelli che somigliavano ad una giungla di liane e le gambe tremolanti per l’emozione di dover avere a che fare con chi, quella tappa, l’avrebbe vissuta in bicicletta o in ammiraglia.

L’ho conosciuto così, Michele Scarponi. Pochi secondi, tante risate. La mia prima intervista ufficiale. E avevo scelto lui perché sapevo mi avrebbe fatto partire col piede giusto. E la conservo, ogni tanto la riascolto, immaginando ancora quelle sue smorfie da uomo saggio, come le rughe di un ulivo in terra taggiasca.

Quel giorno, però, ebbi anche l’onore di consocere Beppe Martinelli, che ancora ringrazio per la pazienza e per aver condiviso con me, più avanti negli anni, un pezzo importante della sua vita, regalandomi ricordi e opinioni che porterò sempre nel cuore.

Pioggia, dicevamo. Le previsioni avevano avuto, purtroppo, ragione. Dopo la grazia ricevuta a Cherasco, nessuna possibilità di scampo ad una doccia in piena regola. Ho abbracciato Gloria e Alessia, quel giorno, che si erano fatte tutti quei chilometri da Albenga. Ma, in fondo, col ciclismo è un po’ come se firmassi un contratto: disponibilità a trasferte in cambio di ossigeno. Disponibilità a sveglie ad orari improponibili, a imprevisti e temporali, sacrifici ricambiati però da giornate che ti si appicciano addosso, da persone che ti si incollano al cuore e non si staccheranno mai più. E a questo proposito, anche Giulia era a quella tappa. Impegnata con il suo lavoro. La sua, una dedizione pazzesca. Una capacità di reinventarsi che non ho mai visto sfoggiare da nessun altro. Giulia è una primavera costante, incapace di perdere la grinta. Un po’ come il ciclista.

Le operazioni di partenza sono sempre affascinanti. Ogni sguardo, ogni gesto che gli atleti fanno verso gli altri, verso la propria bici, verso i tifosi. Tutto somiglia all’affetto. Un sorriso ad un bambino, un’ultima controllata alla catena, un’occhiata d’intesa col compagno di squadra.

Il ciclismo è qualcosa che ti entra dentro, come una cotta adolescenziale. Quei brividi, quando vedi il ragazzo che ti piace passare per il corridio della scuola davanti alla tua classe e tu, timidissima, ti apposti in modo che non ti veda. E se poi ti saluta, diventi la persona più ricca della terra. E quando il gruppo parte, e si sente solo il rumore di scarpini che si incastrano e ruote che girano, li guardi tutti, uno per uno, per non farli scappare dalla tua mente. E sei a posto così.

Perché il ciclismo insegna questo, non serve molto per essere felice. Bastano poche parole, che restano tue per sempre.

Ciao Michele.

#GiroInvisibile, Tappa 7 – Cherasco

Cherasco, 17 maggio 2013

a Gianni Mura

Le previsioni meteo erano un disastro, la vigilia della partenza. Ormai la prenotazione al B&B di Bene Vagienna era stata confermata e non potevamo più tornare indietro. Scoraggiati e rassegnati, avevamo aggiunto i kway e quattro ombrelli ai bagagli e ci eravamo imbarcati lo stesso in questi due giorni di Giro d’Italia.

Lungo l’autostrada in terra piemontese, il clima, però, sembrava essersi messo una mano sulla cosicenza e il cielo, fino a poco prima nuvoloso e minaccioso, lentamente stava riacquistando un colore azzurro. Tra una nube ed un’altra, ecco fette di cielo. E qualche raggio di sole.

Io ero felice. Un po’ perché quando sai che a breve incontrerai il Giro d’Italia non puoi provare sentimento diverso dalla felicità, un po’ perchè sarebbe stata la mia prima esperienza come inviata sul campo. Ebbene sì, era il 2013, era l’anno della maturità e avevo, da quasi un anno, realizzato un pezzetto importante del sentiero che mi ero prefissata. A giugno del 2012, infatti, avevo iniziato a scrivere per una testata giornalistica, Eat Sport, dove avevo trovato sin da subito una seconda famiglia. E proprio quel Giro sarebbe stato il primo con quel famoso accredito stampa al collo.

La destinazione era l’arrivo di tappa, a Cherasco, una paese di 9410 abitanti in provincia di Cuneo. Scesi dall’autostrada, abbiamo subito sbagliato strada, ma non ci siamo persi d’animo. Con un leggero ritardo sulla tabella di marcia, siamo arrivati all’entrata del paese che, con nostra sorpresa, era ad accesso limitato. Ci avviciniamo alla zona transennata dove vi era posteggiata un’auto della Polizia Locale.

– Non potete passare.
– Ma io devo ritirare l’accredito..
– Senza autorizzazione non si può entrare.
– Devo passare per ritirare l’accredito, manca poco al “tempo massimo” (non era vero, bugia)
Scendi che ti portiamo noi

E fu così che, non so come, mi sono ritrovata su una Panda della Polizia Locale, con una paletta dirigi traffico accanto a me e due vigili seduti nei posti anteriori della vettura che mi hanno tempestato di domande.

“Dimmi dove scrivi che poi stasera vado a leggere”
“Parla di noi, mi raccomando!”

In meno di due minuti, ero sotto la linea d’arrivo della tappa. Dopo i dovuti ringraziamenti, un po’ stranita, mi sono diretta, con il mio computer, verso la sala stampa. La prima volta non si scorda mai. Tanti tavoloni con persone impegnate a scrivere o semplicemente a concedersi un po’ di relax, con un enorme televisore sollevato al centro della stanza che stava trasmettendo la tappa.

Vinta la timidezza e ottenuto l’accredito, ho incontrato Walter, un compagno cantastorie con molta più esperienza di me e molti più vaggi alle spalle. Walter è piemontese, ma da anni adottato dalla mia Genova e ciò che ci ha legato, da sempre, è l’amore per un ciclismo che non passa spesso in tv. Un ciclismo umano, un po’ antico e tradizionale. Un ciclismo faticoso, spesso degli ultimi arrivati. Gregari fedeli a capitani imbattibili, pure fonti di ispirazione.

Con Walter ho trascorso il pomeriggio in attesa della corsa, rubando due baci di dama dal buffet in sala stampa; si sa che anche la tradizione culinaria è importante, come avrebbe ricordato Gianni Mura. Impossibile non menzionarlo quando si tratta di Walter che, al mio stesso modo, ho scoperto nutrisse una devozione verso una delle penne che ha reso grandi la narrazione sportiva. Come gregari verso un solo ed unico capitano.

All’arrivo della tappa, ho vissuto la mia prima full immersion nella confusione che si crea dopo una volata. Corridori da tutte le parti, giunti a velocità folli, telecamere che sulle spalle degli operatori quasi spiccano il volo. Grida di gioia per chi vince, musi neri delusi per chi perde.

Terminate le varie operazioni, il tramonto stava per fare capolino. La golden hour, il mio momento preferito della giornata, ha illuminato l’enorme arco del Belvedere che si trova nel centro di Cherasco. Persone da sole o raccolte in gruppetti stavano camminando verso casa o verso le auto. Gli addetti ai lavori stavano smontando ogni titpo di supporto, dalla transenna ai palchi per le trasmissioni tv; l’indomani ci sarebbe stata un’altra tappa e il tempo era poco.

Ho salutato Walter, ho raggiunto i miei genitori e, insieme, siamo arrivati al nostro piccolo rifugio per la notte. Antonella, la proprietaria, gestiva da sola quella struttura, così speciale, così famiglia. La sera, ci ha fatto trovare qualcosa da spiluccare per la cena, e prima di dormire, una tisana calda. Le ho raccontato perché eravamo lì, abbiamo parlato tanto, è stato come trovare una vecchia amica.

Mi manca tanto Antonella, come mi manca il Giro. Ma è così, quando ti affezioni a qualcuno. E io al Giro mi sono affezionata. Ad ogni singolo corridore, ad ogni pezzetto di asfalto che ha condotto da lui, ad ogni albero, ad ogni palloncino.

Il Giro è vita.
E’ il primo Garibaldi.
Un panino al salame seduti su un prato.
Un giornale acquistato da un’edicola a caso.
Una cartolina comprata da un tabaccaio.
Un amico, un fratello, un compagno di strada.
Il Giro è Gianni Mura.

#GiroInvisibile, Tappa 6 – Genova

Piazza Montano (Genova), 1° giugno 2000

Il Giro d’Italia ha tanti pregi, ma quello che più degli altri, mi ha particolarmente colpito, è il modo in cui entra, come un temporale, dentro la quotidianità. Non ne è consapevole, ma lascia una strana sensazione in chi, come me, lo vive, quando può, sulle strade di casa. Non mi succede con nessun’altra corsa di provare uno sconvolgimento totale come con il Giro.

Siamo in un quartiere di periferia, è iniziato il nuovo millennio di cinque mesi. Le strade di quel quartiere sono operose, è gente che sa sporcarsi le mani. Operai delle fabbriche, prevalentemente. E c’è una piazza, in questo quartiere, sacrificata da troppe corsie di strada carrabile; un lontano ricordo gli anni ’50 e il suo essere pedonale. Alla sinistra della piazza, un porticato. La piazza è intitolata a Nicolò Montano, mecenate vissuto nell’800 e il quartiere è Sampierdarena, a Genova. E’ un luogo di passaggio, principalmente perché alle spalle della piazza c’è la stazione dei treni, ma è anche il quartiere del multisala e dei negozi. E’ limpida quotidianità.

Il Giro ci è passato nel 2000, alla vigilia della festa della Repubblica. E’ un giovedì, la scuola materna è chiusa perché si fa il ponte. Ma anche fosse aperta, il Giro non poteva certo aspettare. La mia prima volta. Io e il Giro non ci siamo mai incontrati dal vivo. Solo dopo avrei capito quanto sarebbe diventato speciale, per me, quel momento. Siamo io, mamma e papà, come sempre. Vedo la strada vuota, come bloccata, ferma nel suo riflettere. Non passano auto, non passano taxi o autobus. La strada non fa rumore. Solo qualche moto della polizia e poco altro.

Io aspetto, aspetto, non so cosa aspettarmi. Ad un certo punto, si sente della musica, ma in lontanza, è quasi un sussurro leggero. Piano piano, si avvicina, quasi rimbomba tutto. Auto colorate e pupazzi di animali umanizzati sfilano davanti ai miei occhi. Io resto incantata da tutto questo. Io, bambina, mi sarei già potuta accontentare di questo. Della festa, in un luogo solitamente normale, ora diventato insolitamente bello.

Passa del tempo, io mi affaccio verso la direzione da cui dovrebbero provenire i corridori, e aspetto, ancora. Non so conteggiare i minuti da quando avevo cominciato ad attendere una luce dal fondo della strada, ma finalmente arriva. Sono altre moto e poi auto, e poi moto e ancora auto. Finalmente arriva “Inizio Corsa Ciclistica”. Si sente la radio che parla, l’omino che tiene il megafono saluta. E io saluto. Poi, dal fondo, arrivano dei puntini. Tutti vicini, tutti veloci. Quasi non faccio in tempo ad accorgermi di nulla che tutto il gruppo slitta via veloce, come un battito d’ali.

Non tutti sono insieme, però. Qualcuno è rimasto indietro. Uno in particolare attira la nostra attenzione. Ha la maglia gialla.

“Giulia, è Pantani!”

Quella fu la prima e l’ultima volta che lo vidi. Per qualche centesimo di secondo. Eppure, sembrava fatto apposta per me.
Lui, solo, in fondo. Io, che aspettavo solo lui.
Lui, che mi aveva incantato, nel ’98, sotto la pioggia al Tour. Io, che vedevo solo lui.
Lui, così irraggiungibile. Io, che volevo raggiungere solo lui.

Non ci fu mai più occasione. Non lo vidi mai più. Ricevetti però una borraccia e un sacchetto del rifornimento della Mercatone Uno. Da bambina, sai Marco, credevo saltassi fuori da lì. A volte, ancora oggi, lo apro ancora, speranzosa.

Il Giro, dicevo, travolge e stravolge la quotidianità. Trasforma i luoghi che conosci, e non te ne rendi nemmeno conto. Poi tutto scompare. E la vita riprende rapida e regolare, come se non fosse accaduto nulla. E tu sopravvivi a quella malinconia, cerchi di andare oltre, sperando di poter tornare presto a stravolgerti. E anche se sei una bambina, capisci che la vita scorrerà lentamente, capiteranno tante cose, ma tu starai lì, attaccata a quella transenna, per tutta la vita. E quando capiterà di ripassare in quel punto, di quella strada, in quella piazza, della tua città, tornerà tutto al principio.

E io vorrei che tornasse lì, il tempo, che tornasse a Marco, staccato dal gruppo, ad aspettare me, che ho sempre aspettato solo lui.

Ciao Marco.

#GiroInvisibile, Tappa 5 – Santuario Madonna della Guardia

22 maggio 2007, Santuario Madonna della Guardia

Tante le ombre di bicicletta di tanti appassionati che ogni anno dipingono l’asfalto della Strada Provinciale 52, che conduce, non senza fatica, ad uno dei luoghi magici di Genova. Un balcone naturale, con alle spalle un santuario mariano, da cui è possibile ammirare, nei giorni senza nubi, a sud la punta della Corsica e a Nord Ovest la catena del Monte Rosa, oltre che una cartolina privilegiata della città. La storia del santuario è legata a Benedetto Pareto, contadino originario del paese di Livellato che, un giorno, mentre era al pascolo con le sue pecore, ha visto l’apparizione della Madonna, stupendosi non tanto della figura divina, ma di come, essa, avesse potuto apparrire proprio a lui, umile tra gli umili. Da lì, il 1490, naque il culto, e nel 1890, prese vita la costruzione della basilica.

Di questo luogo, ricordo il presepe permamente all’interno, che da piccola ammiravo con stupore, poiché la vita, all’interno, è come se si animasse. Ricordo le collane fatte di frutta secca, le bancherelle di giocattoli e dolci, che aprivano in occasione della festa di fine agosto (il 29 agosto, il giorno dell’Apparizione). Prima di arrivare alla piazza del santuario, c’è una salita ciottolata, di poche centinaia di metri, ma alla pendenza costante del 16%, che, per chi pratica il pellegrinaggio, rappresenta l’ultimo, grande, scoglio, prima di giungere alla propria pace interiore.

Eppure, il Giro d’Italia, su quella strada cre dall’alto crea un serpente, non vi aveva mai messo rapporto. Inedito, quell’arrivo, con la linea bianca tracciata poco prima della dura rampa tritaossa. Per me, è stato il primo arrivo in salita della mia vita alla corsa rosa. E sono quasi passati 13 anni da quel giorno. La strada è asfaltata e da fondovalle conta 8 chilometri, con i suoi 800 metri di dislivello. E’ durissima, soprattutto per chi, come me, non aveva mai dovuto affrontarla a piedi. Ricordo che mio papà mi prometteva che “dopo quella curva spiana” per farmi tenere duro, ma mi stava ingannando ad ogni metro che passava. Ad un certo punto, però, ha detto: “siamo arrivati”. Io non avevo capito nulla, perché eravamo arrivati nel bel mezzo di una curva, ma dopo qualche secondo, mi resi conto del tornante che avevamo davanti e di quanto vicini ci sarebbero passati i corridori.

Restammo lì, per molte ore. Incontrammo vecchi amici di famiglia, e insieme ascoltammo la tappa alla radio. La responsabilità di fare foto, quel giorno, era la mia. Capite bene che con una macchina fotografica a rullino non è così semplice. Insomma, un bel carico di tensione. Scattai qualche prova, attenta a non sciupare la pellicola. E poi finalmente le sirene.

Quelle sirene, che non mettono paura. Sono dolci, pompano adrenalina. Le gambe tremano, il sorriso si allarga e la macchina di inizio corsa sposta l’aria che ti è accanto, facendoti immergere in un mondo completamente isolato dal resto del globo, come se qualcuno ti avesse rapito e trasportato da qualche altra parte. Il suono degli applausi che sale, sale sempre di più, da fondovalle, come un coro perfettamente a tempo. E quando i corridori arrivano, prima applaudi, poi scatti, poi applaudi ancora e te ne freghi se la foto viene storta; le mie infatti sono quasi totalmente casuali. La più bella, un Marco Pinotti in Maglia Rosa, tagliato a metà, con davanti metri e metri di strada.

Mai mi ero divertita così. I corridori sono arrivati sparpagliati, li ho visti tutti, o quasi. Dopo il fine corsa, quella bolla è scoppiata, lasciando solo qualche briciola di realtà sopra la testa, per ricordarci che non era stata pura invenzione, ma che la magia, a cercarla bene, può esistere per davvero. E che spesso, ha la forma di una ruotadi bicicletta, riflessa sull’asfalto durante una giornata di maggio, in cui il rosa non è più quello dello zucchero filato della festa patronale, ma è quello di una maglia importante, indossata da un omino importante, che cambia spesso nome, che però appartiene ad ognuno di noi.

Ognuno di noi ha la sua Maglia Rosa. La mia rosa per sempre è Marco Pinotti, sulle rampe della Strada Provinciale 52.