“Senza temere il vento e la vertigine”

Se una notte d’inverno, un viaggiatore. Anzi, no. Ricominciamo. Se una notte d’autunno, un corridore è meglio. Italo Calvino mi perdonerà per questa licenza poetica. Ma, quindi, se una notte d’autunno, un corridore, si ritrovasse dall’altra parte del mondo rispetto al suo paese d’orgine? Non sarebbe una notizia, perché ormai il cosmolpolitismo ha raggiunto anche il ciclismo da qualche tempo, e le trasferte non si contano più. Quindi perché dovrebbe importare a qualcuno di un corridore che, in autunno, sta sveglio di notte, prima di una corsa?

Perché in lui, seduto sul letto in quella stanza, a guardare il cielo fuori, c’è qualcosa di diverso. In quel corridore ricoperto da un’armatura di sacrificio e generosità, a proteggere l’ostinata perseveranza di chi è stato gregario, di chi si è sempre sentito gregario, di chi non ha mai rimpianto di esserlo. In quel corridore che si trova ad Okinawa, che se vista dall’alto, somiglia ad un drago che scivola sull’acqua, c’è la sintesi di quello che, per il ciclismo, è un enorme regalo. Il drago, che per  la cultura giapponese ha diversi significati, a seconda della zona in cui vi trovate. Ad Okinawa, per esempio, esistono delle statue dalle sembianze leonine-canine, dal viso di drago feroce, che, si dice, allontanino gli spiriti maligni. Quindi, traslando, il drago è una creatura che protegge.

Che abbia protetto anche te, Alan.

Protetto da paure e ansie, da tutte le paranoie che possono venire il giorno prima di una corsa. Soprattutto se, quella corsa, è l’ultima di una vita. Il congedo da una porzione di esistenza faticosa, ma dannatamente bellissima. E dannatamente non è casuale. Dannato è il gregario. Dannato da se stesso, immerso in una punizione a cui ha deciso di sottoporsi senza rendersene nemmeno conto. Quando lo fa, è ormai troppo tardi. La via è tracciata e non si può cambiare senso di marcia. E il corridore è dannato per sempre, tatuato da quella cicatrice di fatica e sacrificio.

“Se partirai, avrai davanti un lungo viaggio”  . Magari te lo avrà detto qualcuno, Alan, quando hai scelto di seguire il progetto della tua stella del destino, che ha disegnato solamente l’inizio del percorso, dandoti poi la facoltà di continuare come meglio hai creduto. E tutto è cominciato, forse, da una buona colazione in cucina, con mamma e papà, a raccontare di quanto sia bella la bicicletta, quanto libero ti faccia sentire, di quanto bene tu stia. E poi continua con pranzo della domenica, in compagnia di tutta la famiglia, a festeggiare il primo numero sulla schiena. E poi la prima coppa, il passaggio da una categoria all’altra. Il professionismo. Le divise che cambiano colore. Con le biciclette, le maglie, i pantaloncini e gli scarpini  che cambiano misura, si allungano, crescono, come la testa e i pensieri, come le ombre durante la giornata.

Sei diventato grande, forse nemmeno senza accorgertene. Hai continuato ad essere speciale, perché speciali non si diventa, lo si nasce. Hai iniziato a brillare solo un po’ di più, ogni giorno che è passato. Sei arrivato lontano, nel cuore di tanti.

Senza temere il vento e la vertigine, Alan.

Il vento di una giornata in Belgio, sulle pietre, a pregare un qualsiasi Dio che stesse ascoltando e che, in quel momento, non avesse troppo da fare. Fammi stare in piedi, fammi arrivare. Preghiera disperata di chi vive nell’angoscia e nell’incoscienza. E la  vertigine di una tappa del Giro d’Italia, in debito d’ossigeno per l’altitudine o in credito di acido lattico per l’estrema fatica di vette impervie. Tutto dentro di te, dentro i tuoi muscoli allenati.

Non ci sono Alpi o Pirenei, in Giappone. Ma c’è l’unica strada che, lo sai, potrebbe portarti dove mai non sei arrivato. La valigia ormai è gonfia di ricordi, di chilometri bagnati da lacrime e sudore amaro, di traguardi osservati da lontano, di minuti di ritardo in classifica, il vanto maggiore del gregario, che vede tutti passargli davanti, ma che se ne frega, e vuole solo arrivare. E quel numero così alto di secondi con il “più” davanti, lo rassicurano che, ancora una volta, ce l’ha fatta. Ma anche di schiaffoni in pieno viso, come se Cenerentola avesse visto la sua carrozza partire senza di lei qualche secondo prima di poterci salire sopra, incapace di realizzare il desiderio di ballare al castello col principe. E qualche volta è successo, a quel corridore, che ora sta guardando il sole sorgere. E che sente freddo, perché i brividi questo provocano. Iniziano a ghiacciare le dita delle mani, le dita dei piedi e bloccano i polmoni. Vede la linea bianca, con sopra un cartellone che recita “Fine”. Quante volte, quel brivido disegnato sulla terra nera ha bloccato il cuore per un attimo. E’ successo, magari ci sta pensando, adesso che il sole è sopra la sua testa e la bandiera a scacchi dà il via agli ultimi chilometri col dorsale sulla schiena.

Senza temere il vento e la vertigine, Alan.

Il vento ora ti spinge. La vertigine è quella che ti fa realizzare di essere solo, anche se in mezzo alla folla che applaude accanto a te. Non è più tempo di guardarsi indietro, non c’è più niente che ti appesantisce le caviglie, che possono smettere di malmenare i pedali. E’ solo tempo di bruciare, vivi, dentro. Nessuna scottatura, solo fuoco vivo nelle vene. Solo lacrime vive. E se ti dovesse bagnare una lacrima di rugiada, sai benissimo che dal cielo, le parole, arrivano a noi in un linguaggio tutto loro.

Se una notte d’autunno, un corridore si ritrovasse a sorridere, con l’emozione che gonfia gli occhi e li rende un po’ rossi, del colore dell’orizzonte di un tramonto in montagna, trovandosi a stringere tra le mani che tremano, un’intera vita, quel corridore sarebbe Alan. Quel corridore che, vi dicevo, è il più grande regalo per un ciclismo di chi ancora sa innamorarsi per una storia che non ha voluto trovare un punto, finché non gli sono venute in mente le parole giuste per farlo. Perché, si sa, lo scrittore sceglie bene ogni singola virgola. E anche se li ama, i suoi personaggi deve prima farli un po’ soffrire. Ma gli è così affezionato, che fa fatica a lasciarli andare.

E quella notte d’autunno è arrivata, Alan. Quella notte così piena di tutto, che si fa fatica a capire di cosa si stia effettivamente parlando. Quella notte, in cui soffia una brezza leggera, che accarezza la spalla, a rassicurarti, che è giusto così. Quella notte, in cui c’è un po’ di paura, per quello che sarà l’indomani mattina. Ma tu sai già come affrontarli, così come hai affrontato tutta la vita, senza temere il vento e la vertigine. 


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Stella di gregario.

Gianni Brera diceva, parafrasando, che tutti coloro che scrivono vogliono includere, nei loro racconti, eroi invincili capaci di mirabolanti ed eternabili imprese; è invece una più nobile ambizione narrare le azioni degli umili.

Umili, appunto, che compiono azioni da molti classificabili come gesti legati alla quotidianità, alla normalità. Mi vengono in mente i vigili del fuoco, che salvano vite come mestiere, o i contadini, che vivono la terra e la fanno vivere essa stessa.

Oppure i gregari. Quelle creature che hanno, io credo, poteri magici. Gregari, che nello sport, sono stati valorizzati per la prima volta nel 1936, ad oper di Bruno Roghi, direttore de La Gazzetta dello Sport. Gregario, che nasce dal latino gregarius, (appartenente al gregge), che ancora deriva da grex, in greco gregge, appunto; indicavano soldati non graduati. E anche oggi, il gregario, lo è, un soldato non graduato, ma osserva chi riceve gli onori. Senza pretendere, anche se ha dato tanto in precedenza.

Il gregario è l’umile delle storie.

Alessandro Donati è un umile. Ha 38 anni, è nato ad Atri, in Abruzzo, che accoglie il profumo della liquirizia e il rumore del battito d’ali di poiane e sparvieri. Lo ricorderete in maglia Acqua & Sapone, con cui ha esordito nel 2004 e dove ha concluso la sua carriera da corridore nel 2012. Non ha mai vinto una gara, Alessandro, tra i professionisti. Ha sempre corso per qualcun altro.

E’ sempre stato una stella di gregario.

Alessandro è nato in una famiglia dove il ciclismo era di casa, pura quotidianità, una fiamma che tiene vivo un camino nelle fredde giornate invernali; una borraccia di acqua fresca, in una calda tappa del Tour de France. Una tradizione di famiglia, che ha viaggiato dal nonno ai nipoti. In particolare, è arrivata a Walter, suo fratello. Innamoratissimo, guardava Pantani in televisione; per lui esisteva solo la bici, racconta Alessandro. All’età di sei anni, però, Walter, ha dovuto trasformarsi in uno di quegli eroi che nelle fiabe lottano contro le bestie feroci. C’era sempre la bici a tenerlo appiccicato alla terra; poi, dopo due anni, la luce si è spenta.

Alessandro è diventato, da allora, una stella di gregario. Ho deciso che dovevo correre per lui, l’ho sempre fatto per mio fratello. E così ha fatto, diventando un uomo di riferimento per i suoi compagni, indossando i panni di un portaborracce, talvolta confidente e sostegno, sia psicologico che nel gesto sportivo. Ed è per questo suo essere uno speciale “soldato non graduato” che ha sempre avuto il rispetto, la stima e l’affetto di tutti.
In squadra eravamo come fratelli, ci capivamo con uno sguardo. Ogni vittoria, soprattutto quelle di Stefano (Garzelli, ndr), la sentivo anche mia. Non rimpiango nulla, rifarei tutto.

Adesso Alessandro in gruppo non pedala più, ma trasmette queste sue qualità ed esperienze ai corridori che consiglia dall’ammiraglia della Nippo Vini Fantini. Dopo una prima esperienza nella GM Europa Ovini, per il secondo anno si trova alla guida della formazione dai tratti nipponico-italiani, che ogni anno, cresce sempre di più. Voglio ringraziarli, dal primo all’ultimo, per la fiducia che mi hanno dato e continuano a darmi. Sono nato con la bici, poter continuare a viverla, è il massimo che potessi chiedere.

Alessandro che è un valore aggiunto, per il suo sentirsi sempre e comnque un corridore. Qualità necessaria e indispensabile per poter comprendere chi sulla bici corre ancora e aspetta un tuo consiglio dall’ammiraglia. Alessandro è nato gregario, e lo è ancora. Ad ogni passaggio di borraccia, una parola di conforto o di motivazione, un sorriso, una carezza sulla spalla del corridore; proprio come era in gruppo. E’ una stella di gregario.

Se nasci gregario, lo resti per tutta la vita. Resti incollato a quella dolcezza e all’attitudine alla sofferenza che non ti abbandonano più. Vince sempre, il gregario. Perché la sua vittoria, è la gioia degli altri.

Danno più di quello che ricevono, i gregari, sempre. La ricompensa consiste nel diventare l’umile che cresce e diventa Uomo.

 

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Photo Credit: Alessandro Donati

 

Lo scalatore che voleva scrivere.

Nella monotonia di un pomeriggio di un luglio fin troppo afoso, il Tour de France scorre distratto alla tv, come l’immancabile compagno della siesta pomeridiana, in combo con un ghiacciolo all’amarena. E’ una tappa particolare, quella di oggi, perché la partenza è organizzata come nelle gare motociclistiche, in griglia; scenograficamente particolare. C’è un ragazzo giovanissimo, dalla pelle quasi ambrata, che sostiene un capitano in difficoltà. Hanno entrambi una maglia bianca con un’orca sulla schiena. Mancano pochi chilometri all’arrivo, il capitano, coi gomiti larghi sul manubrio, soffre, patisce forse l’altitudine e sta crollando; il ragazzo dalla pelle ambrata cerca di portarlo fino alla fine. E’ estasiante la sua pedalata e la sua affinità con la sofferenza.

Si chiama Egan, viene dalla Colombia.

Egan Bernal è un altro talento nato il 13 gennaio; come Pantani, per intenderci. La sua infanzia la passa in Colombia, suo paese d’origine, in particolare a Zipaquira, una città a 50 chilometri da Bogotà. Papà è uno dei guardiani della Cattedrale del Sale della città, una delle meraviglie della Colombia, mentre mamma è casalinga; furono loro a spingerlo a correre in bici.

“Prova, un anno. Poi vedi come va”

Sì, perché Egan aveva scelto di continuare a studiare, sognava di diventare un giornalista, e per questo si era iscritto a scienze della comunicazione. Gli allenamenti poco spazio lasciavano allo studio e il bivio era quasi del tutto obbligatorio: bicicletta o banchi di scuola. Siamo qui a parlarne, la scelta risulta chiara a tutti. E’ proprio papà German che ha fato scoprire la bici al piccolo Egan. I due, spesso, si concedevano una pedalata durante il tempo libero del papà; oltre a questo, i due trascorrevano i pomeriggi di maggio e luglio a guardare le bellezze del Giro d’Italia e del Tour de France.

Le prime gare, però, non furono su strada, ma su roccia viva e terra brulla dei boschi colombiani, e nel 2014, un Egan non ancora diciottenne, diventa vice-campione nazionale categoria juniores; dal 2015, però, si trasferisce in Italia, vicino a Torino, assieme alla fidanzata Carolina .La bici da strada la conosce qualche tempo più tardi, intorno ai vent’anni, e inizia ad amarla seriamente quando Gianni Savio lo vuole a tutti i costi con la maglia del suo team, Androni Giocattoli.

Oggi è al Tour de France, con una maglia bianca su cui è disegnata la sagoma di un’orca, per sostenere la causa della pulizia degli oceani. E’ al Tour de France, dove, fino a qualche giorno fa, si trovava anche il suo idolo, il suo esempio, Vincenzo Nibali. E’ al Tour de France come gregario di Geraint Thomas e Chris Froome, che oggi ha scortato sino al traguardo, cercando di proteggerlo dai fischi e dalle brutte parole che il pubblico ha pensato di riservargli; è commovente, nel suo voltarsi indietro, cercando lo sguardo del capitano che ha bisogno d’aiuto, che ha necessità di sentirsi meno solo in quei chilometri crudeli. Arrivano insieme, al traguardo, il presente e il futuro non troppo lontano.

Egan, che voleva diventare un giornalista, che aveva scoperto di avere il dono della scrittura con carta e penna, ha capito che anche la bicicletta può regalare versi di pura poesia, che si compongono con i muscoli che si contraggono durante lo sforzo, i denti digrignati, il sudore che scivola sulla pelle e gli occhi stanchi e allucinati dalla sofferenza.

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©Photo Credit: Tour de France

Parigi è l’amore.

Parigi è l’amore. E quando è la tua destinazione, non pensi ad altro. Anche se ci arriverai tra qualche mese, magari per n viaggio prenotato lo scorso anno perché era un’occasione imperdibile. Tornare a Parigi e trovarla diversa. Che voglia che ne ho.

Ricordo poco, della prima e unica volta che vidi la Tour Eiffel, perché quando si è bambini non si fa attenzione ai monumenti o ai palazzi storici. Ma quel poco che la mia mente ha fotografato, è lì, immobile, nel mio cassetto di polaroid scattate dai miei occhi.

Di Parigi è l’atmosfera che ti conquista. E’ la leggerezza. Le piccole cose. Sono quei dettagli che mi hanno fatto promettere un ritorno.

Il satellite mi dice che da Noirmoutier-en-l’Île, Parigi, è lontana di nemmeno 471 km, cinque ore di automobile dai. Eppure, la deviazione è molto più lunga. Porterà i corridori a percorrere più di tremila chilometri, per poi tornare indietro. E  arendersene conto, forse, verrebbe la voglia di deviare e arrivare subito accanto alla Senna. Perché Parigi è calamita per i cuori innamorati.

Per arrivare in quelle strade che hanno posseduto l’anima di tanti poeti e cantastorie, servirà solo una bicicletta. Correrà su carreggiate deserte,  immerse nel profumo della campagna francese. Si inclinerà lungo salite che sembreranno senza fine, che parranno sfiorare il cielo. Leggermente, poi la realtà le schaiccerà a terra. Rimbalzerà, la bicicletta, su quelle pietre che di solito portano verso Roubaix in primavera, anche se ora è luglio e il telaio si abbrustolirà, e la pelle brucerà. Da qui, Parigi è ancora lontana.

È distante da te, ciclista emozionato, che per la prima volta nella tua vita ti ritrovi in quella carovana festante. La raggiungerai, non preoccuparti. Ma lo sai anche tu, c’è un viaggio da compiere. Ci sono miraggi ancora da credere veri. Ci sono viuzze e culture ancora da incontrare, dialetti ancora da ascoltare e che sapranno coccolarti. C’è la tua gente ancora da salutare.

C’è il Tour de France da correre.

Anche se ci sei già stato, sarà come la prima volta. E se davvero, per te, è la prima volta, ti scopriari giorno dopo giorno. Ogni tappa sarà come il primo contatto con il mare, quando l’onda sottile ti ha sfiorato i piedi, scavando, a poco a poco, la tua anima. Ogni chilometro sarà parte del tuo bagaglio di esperienze che non ti lasceranno più.
E crescerai, lungo quella cartina disegnata da “quelli in giacca e cravatta”. Riavrai addosso quella pelle d’oca di un primo bacio. Aspetterai con impazienza quello dell’Arco di Trionfo.

Perché al termine di tutto questo, Parigi non ti sembrerà più lontana. La avrai davanti. Brillerà come una corona d’oro.

Luccicherà come quella maglia, che ti passerà accanto da domani in poi. La vedrai, addosso ad un altro, o magari guardandoti allo specchio. Sarà gialla, come la luce che ti sorride da sopra la testa. Ti servono gli occhiali, il bagliore è troppo intenso.

Parigi è per tutti voi che avete il numero sulla schiena. La sentirete parlottarvi all’orecchio, ogni giorno sempre più forte. Ma ora godetevela, la Francia che vi spinge. Non abbiate fretta di vedere la torre di ferro, la chioma bionda di Giovanna d’Arco dall’alto del suo cavallo d’oro. Guardate i gregari che si dannano, i treni che si agganciano per le volate, uelli che si staccano e quelli che vincono.

Il Tour de France lo scrivono tutti. Il ciclismo lo scrivono tutti. Piccole o grandi apparizioni, tutti dentro la voce che anima le montagne e la pianura. Una pioggia di anime che bagna di dolcezza e passione tutti quelli invadono la carreggiata anche solo per un semplice e distratto istante di giornata.

Ci tornerò a Parigi. Ci arriverete a Parigi. Ma per il momento, è distante. E’ ancora lontana. Per me. Per voi. C’è il Tour de France ancora tutto da correre.

Da scrivere.

Da vivere.

©Cover Photo: Jean-Paul Pelissier/Reuters

#Giro101: Cervinia | Stella Polare.

Il Cervino è il monte che fuma. Non perché sia un vulcano, ma perché, sulla punta, ha quasi sempre una nuvoletta, che sembra un baffo di fumo emesso dalla pipa di qualcuno che passava da quelle parti. E quando il vento soffia in una particolare direzione, quello strascico di nuvola si spinge verso l’alto e sembra per davvero che, al suo interno, stia andando a fuoco qualcosa. Il Cervino, quando lo vedi per la prima volta, ti fa perdere quasi l’orientamento. Quando poi torni a trovarlo, diventa la tua Stella Polare.

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Stella Polare anche per il Giro d’Italia, che non faceva visita in questi luoghi da tre anni. L’ultima volta, aveva vinto Fabio Aru, in solitaria. E a Valtournenche se lo ricordano bene. Appese ad una vetrina, le sue foto incorniciate di rosa. Anche se sanno benissimo, da queste parti, che Fabio non passerà quest’anno, perché il Giro lo ha già lasciato. Ma loro lo pensano, e hanno voluto farlo sapere a tutti. In fondo, è in momenti simili che l’affetto è ancora più necessario. Come un cubetto di ghiaccio che scende in gola durante un caldo pomeriggio d’agosto. Sembravano dire “ti aspettiamo qui, Fabio”. Sì, ti aspettiamo. Non c’è fretta. 

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E proprio da Valtournenche è cominciata la mia tappa. Fino a Cervinia sono circa nove chilometri. Dopo un po’ di marcia sotto il sole, mi fermo per qualche minuto nel punto, nella curva, in cui avevo visto passare il Giro le altre due volte che era passato di qui. Pochi attimi bastano, per un rapido rewind e per rimettersi in cammino. Quest’anno il punto scelto per vedere il passaggio è diverso. Qualche tornante più su. C’è un punto da cui si scorgono anche le curve al di sotto. Bisogna essere un po’ avidi, in questi casi. Bisogna prendere il massimo da quello che la strada offre. E più corsa vedi, più stai bene. Perché sai già ancora prima che cominci che finirà troppo presto. Ma ormai mi sono rassegnata a questo da molti anni. Eppure, torno sempre. Eppure, questa è casa. 

Su, nella piazza di Cervinia, mi colpisce un bimbo a cui non so dare un’età; non sono mai stata capace a farlo. Ha la maglia della Mercatone Uno e la bandana azzurra con l’orlo blu e le ruote di bicicletta disegnate sopra, quella dell Tour de France. Un Pantani in miniatura. Mi soffermo un momento a guardarlo, e penso a quante vite ha uinito quel Pirata venuto dal mare. Vedessi, Marco, quanto manchi anche a chi non ti ha visto correre, a chi non ti ha pianto, e rimpianto più volte, da quel 2004. Vedessi, Marco, quanto staresti bene qui, in mezzo a chi ti vuole e per sempre ti vorrà bene. Vedessi, Marco. Ma voglio sperare che tu, tutto questo, lo stia osservando per davvero e ti senta meno solo di quando eri qui e ti addormentavi ogni sera con l’angoscia nel cuore. Spero tu le senta, Marco, tutti queste queste voci che ti chiamano, e ti aspettano, fiduciosi, spuntare dietro il tornante.

Lui ti aspetterà per sempre, anche se non ti ha mai conosciuto. Noi ti aspetteremo per sempre.

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Passano le ore, sdraiata al sole su un soffice prato in compagnia di qualche formica e qualche fiore. Un occhio alla diretta web, un orecchio alla strada, in attesa di quelle sirene che tanto mi inquietano, ma che tanto aspetto. Arriva, accanto a me, un signore dai baffi bianchi e le rughe intorno agli occhi. Si vede che sorride spesso, penso. Vuole sistemare la bici sdraiata sul prato sopra il muretto. Gli chiedo se vuole un aiuto, lui mi ringrazia, ma fa da solo. Scopro che è americano. Mi mostra, con orgoglio, il suo telaio Lemond. “Great champion” mi dice. Io annuisco, sorridendogli. Mi incanto ad osservarlo mentre accarezza la bicicletta con lo sguardo, attento che non si sporchi o che non si faccia male cadendo. Tutto è a posto, può andare a prendere posto dalla parte opposta.

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E’ come essere immersi in un liturgico silenzio, in attesa che la messa cominci. Tutti gli occhi sono fissi in un punto, il più lontano che possa essere messo a fuoco, per essere tra i primi a vederli arrivare. E quando le campane suonano, tutto prende vita e si aspetta quel segno di pace, che sono le biciclette che arrivano. E poi arrivano. Prima Nieve, da solo. Poi altri, alla spicciolata. Passa Brambilla, che non ne può più. E quanto vorrei spingerlo fino al traguardo. Eppure, lo sforzo va rispettato, a bordo strada. Basta un applauso, è sufficiente un “bravo” per togliere peso dalle gambe. Arriva la Maglia Rosa, gli occhi sono per lui. E anche gli applausi, finalmente.

Il sole viene nascosto, ogni tanto, da qualche nuvola dispettosa, e qualche corrente d’aria fredda inizia a soffiare. Ho le mani fredde, anche se applaudo per scaldarle. E sto lì, a guardare giù, impaziente, mentre aspetto gli ultimi. I miei. Il coraggio chiama coraggio sulle proprie impronte, penso, mentre mi passa accanto il gruppo più numeroso di giornata. Il loro, gli ultimi. Hanno un ritardo di più di 45 minuti dal primo. E hanno i visi stanchi, spossati. Qualcuno è pallido, qualcun’altro ha le guance imporporate e la fronte carica di gocce di sudore. Si contraggono, le loro gambe, in un fascio scomposto di muscoli, che sembrano rami d’albero. Sentono qualcuno che gli urla che “è finita”, ma non so se gli credono. Vorrebbero farlo, lo sperano. Vedo Simon Yates, in fondo. Mi viene la pelle d’oca. Mi si stringe il cuore. Perché lo meritava, Simon, il Giro. Tanto. Sarà per la prossima volta.

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Arriva il fine corsa. Tutto si chiude, religiosamente, in una processione di cuori malinconici di ritorno verso casa. Zaino in spalla, la giornata è finita. Mi volto indietro, il Cervino mi guarda, da dietro il velo della sua nuvola. Custode dei miei stati d’animo, eterna guida dei miei attimi di intensa felicità.

Stella Polare. 

 

Ho sognato le biciclette nel deserto.

<< Che sia stato tutto un sogno? Sai, ho sognato biciclette nel deserto. Affacciati ai guard rail di lunghe e appannate strade, una fila di cammelli dall’espressione assonnata e con le lunghe ciglia. Ruminavano tranquilli e sereni. Mi guardavano, e io guardavo loro. Ma non ho capito se stesse succedendo davvero >>

E’ successo.

<< Sai, il Giro d’Italia è partito da Gerusalemme. Mi è parso assurdo sino al giorno prima, quando mi hanno dato il Garibaldi e ho letto nomi mai sentiti prima sulle mappe delle prime tre tappe. Gerusalemme, ma ci pensi fino a dove siamo arrivati? Non sapevo nemmeno io cosa fosse giusto provare. Stupore, forse. Sì, ecco, stupore. Perché, insomma, hai mai visto le biciclette nel deserto? Così tante, io mai. E io ero su una di quelle >>

Sì, c’eri. Eri con la tua bici nel deserto.

<< Ad un certo punto, mi sono anche spaventato, a vedermi correre accanto così tanti ragazzi. Chissà se eravamo dentro lo stesso sogno. Il mio e il loro. Chissà se avrebbero mai potuto immaginare un’avventura come questa. E chissà se i loro sogni saranno simili ai nostri. Ho sentito che a poche ore di macchina da noi, c’erano i soldati. Chissà se tutto questo è reale o qualcosa di diverso >>

Surreale, forse, ma non per questo meno vero.

<< Allora, me lo giuri? Non abbiamo sognato i cammelli, le dune, le rocce a strapiombo, il mare nascosto dal silenzio del deserto, le oasi di palme e le costruzioni antiche, i profumi di spezie, i 38 gradi sulla pelle, le magliette sudate, le curve pericolose, le strade larghe ristrette dalle ali di persone che ci stavano intorno, le musiche, i colori, le borracce d’acqua e sali minerali consumate (ho perso il conto), le docce fresche in hotel che sembrava di rinascere. Non ho più fiato, perdonami >>

Tutto vero. O magari, abbiamo sognato in due le stesse immagini, ma è molto difficile.

<< Dev’essere così, allora. Io ancora non sono convinto. Il numero sulla maglia è qui, già un po’ consumato. Guarda, ha già l’angolo piegato >>

Con tutto quel vento, già è un miracolo che sia ancora qui, non trovi?

<< Sì, hai ragione. Non farmi pensare a quel vento. Ho quasi pensato di volare, ad un certo punto. Mi ha spinto come mai mi era sucesso prima. Ho scattato qualche foto, dopo la corsa, guardale, belle, vero? >>

Sì, molto. Adesso sei più convinto di esserci stato per davvero?

<< Sì, credo. Ora sono su questo aereo, stiamo lasciando tutto alle spalle. L’ho aspettato tanto il Giro d’Italia, e domani sarà già la quarta tappa. Il Garibaldi dice che sarà dura. C’era da aspettarselo. Però, a parlare qui con te, mi sento più appiccicato al mondo reale. Dev’essere stato assurdo anche per te, vederci lì >> 

Sì, diciamo che non ci sono così abituata. Ti confesso, quando tu eri nel deserto, io un po’ sonnecchiavo. Sai, la pennichella dopo pranzo..

<< Non preoccuparti, non mi offendo. Dai, adesso ti lascio, che l’aereo mi aspetta. Da domani non dormire, però. Ti saluto >>

Promesso. Vedrai, caro corridore, da domattina sarà tutto diverso. Domani mattina sarà tutto un po’ meno alieno. Sarà tutto un po’ più nostro.

Bentornato, Giro. Bentornato a casa. 

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Photo Credit: Giro d’Italia (Twitter)

“Bentornati a casa”

17 maggio 2016, Sestola

Emilia Romagna, Giro d’Italia. E’ la decima tappa, siamo ormai a metà. I chilometri da percorrere sono più di 200, da Campi Bisenzio a Sestola. E’ giornata da fughe, dicono, perché il percorso è vallontato, mangia&bevi, con quattro Gran Premi della Montagna, uno dei quali di prima categoria. Oggi si suda. Oggi si mena. E in effetti, la fuga va. Va fino alla fine. C’è un omino vestito di verde che sfreccia in discesa, anche se è uno scalatore. Si chiama Giulio Ciccone, lo stesso cognome di Madonna, la cantante. Ma non sono parenti. Giulio lascia i suoi compagni e, tutto solo, arriva in cima all’ultimo GPM, che è anche l’arrivo di tappa. Ha vinto, da solo, in salita, dopo una giornata di fuoco. Ha l’ammiraglia dietro, che non ha deviato come si dovrebbe, per non lasciarlo da solo negli ultim 250 metri. Ha 21 anni, l’omino vestito di verde, è passato professionista nemmeno cinque mesi. E ha vinto al Giro d’Italia.

Genova, 22 aprile 2018

Due anni dopo. Più o meno. Tanto è cambiato, da quel giorno a Sestola. C’è stato un cuore fragile da rimettere a posto con un’operazione. Non è però cambiata la maglia dell’omino, sempre verde, quasi fosse un abete. Forte, fiero, maestoso. Non è cambiata la sua fame, che lo ha portato, dopo l’operazione, a vincere ancora. In America, al Tour of Utah, nel 2017. Due anni dopo, dicevo, lo potete vedere all’attacco sul Passo della Bocchetta. In salita, questa volta. E’ insieme ad altri due, un portoghese, e un altro italiano, suo amico e compagno di allenamenti, anche se in squadre diverse. Ma nel ciclismo, si sa, questo conta poco. L’omino vestito di verde è generosissimo, vuole arrivare a tutti i costi e sembra non pesargli fare la maggior parte del lavoro. Tira, anche se ci sono 30 gradi. Tira, anche se il traguardo non è ancora così vicino. Tira, anche se sa che mancano ancora due GPM. Tutto questo lo sa, ha studiato. Eppure, se ne frega, e va lo stesso. La Bocchetta lo accoglie per primo, Fausto Coppi e Luigi Ghiglione gli sorridono, dai loro ceppi in cima al Passo. Ha la loro benedizione, e all’Appennino, a volte, non serve altro.

La Bocchetta, che è tornata quest’anno. Un regalo enorme. C’è uno striscione, tra i suoi verdissimi alberi. Recita una frase che sembra una poesia. “Bentornati a casa”. Le ali di folla che quasi impediscono la vista dei corridori oggi non ci sono, ma c’erano. E ancora si sentono. Perché la Bocchetta conserva, ha memoria, e ogni tanto fa suonare un vecchio vinile, con incisa una canzone d’amore.

Ci sei mancata, Bocchetta. La tua aria è entrata nei polmoni e li ha rimessi al mondo. Finalmente.

Passano i minuti, aumentano i gradi e la stanchezza. Genova è vicina, ormai si vede il mare. Ci passano quasi sopra, sulla Sopraelevata, che a vederla senza auto è quasi surreale. L’omino vestito di verde ne ha, e anche tanta. Ha voglia, ha fame, ha grinta. Ha sangue abruzzese, è nato a Chieti, e quindi ha anche l’oroglio tipico della sua regione. Gli altri due provano ad allungare, a turno, ma tutto è vano. C’è una rotonda, si svolta a sinistra, verso via XX Settembre, l’arrivo leggermente in salita abbracciato da due file di palazzi. E’ incantevole, con la gente che applaude.

Così come è incantevole Giulio. Sprinta negli ultimi 150 metri, che poi diventano 100, poi 75, poi 50, poi ARRIVO. Poi linea bianca che si scioglie, per oggi ha terminato il suo lavoro. Aspetterà tutti quelli che arriveranno, perché è quello il suo dovere, ma il suo uomo di oggi, lo ha già visto. E le è piaciuto proprio tanto.

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Quasi non ci crede, Giulio, l’omino in verde. Dopo l’arrivo, tutto diventa irreale. C’è chi chiede un selfie, chi gli batte le mani, chi gli urla che è stato un grande. Arriva un suo compagno, gli hanno appena detto che ha vinto. Lasciata la bici in mani sicure, lo va a cercare. Si abbracciano, qualche battuta all’orecchio, una carezza sul casco, un bravo detto ad alta voce, un sorriso unico in due persone diverse.

Genova brilla, commossa per il ritorno di qualcosa che le è sempre appartenuto e che le hanno portato via per qualche tempo. Piange di gioia, come la sua fontana in Piazza De Ferrari, illuminata dai coriandoli brillanti e colorati che, volando, creano un vortice sulla testa dei corridori sui tre gradini del podio. Esplode lo spumante, le gocce dolci bagnano la strada e appiccicano le scarpe, ma è talmente caldo che si asciuga quasi subito.

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Il Giro dell’Appennino è finito. Giulio ha vinto, Roberto Reverberi se lo coccola, gli sorridono labbra, occhi e guance. E’ l’ora, si torna a casa. Le transenne dell’arrivo vengono smontate, le auto cominciano a circolare come se non fosse successo niente.
La noiosa normalità si è impossessata di nuovo della vita di tutti. Qualche curioso chiede cosa sia appena successo, altri camminano con le buste dello shopping indifferenti. C’è chi butta un occhio ai monitor della tv dove stanno andando le immagini in differita e riconsoce pillole di quotidianità.

Quindi è tutto qui, per davvero, anche se non vogliamo. E da adesso è un aspettarsi che durerà per altri dodici mesi. Arriverà l’estate, con le granite gelate e poi ancora l’autunno con le foglie arancioni e l’inverno con i rami spogli e le colline spolverate di neve e ghiaccio. Ma, lo hai promesso, Appennino, la primavera tornerà ancora. Tornerai anche tu, di nuovo, sempre a casa.

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Roubaix non concede paragoni.

Roubaix non concede paragoni. Non c’è nulla che le somigli. E quindi, se vinci qui, non hai nulla in comune con gli altri. Ma nemmeno se a Roubaix ci arrivi. Non importa come, se con il pantalonicno strappato da una caduta, le mani sporche di nero perché ti è saltata la catena e hai dovuto porvi rimedio da solo, che ad aspettare il meccanico avresti perso troppo tempo. Non importa se ci arrivi col sangue che scivola dal manubrio, perché esce dalle veschiche che si sono formate in quei duecento e passa chilometri prima di quella linea dentro il Velodrome. Nessun luogo ti tratta da uomo, da uomo vero, come il Velodrome.

Racconteranno che mancavano circa 50 chilometri a quel velodromo, alle sue docce, al suo ultimo giro di giostra e che Peter Sagan si è preso la responsabilità di non fallire, partendo da solo all’arrembaggio.
Racconteranno poi, forse, che Wout Van Aert ha fatto di tutto per andare a prenderlo, quasi da solo, quasi sobbarccandosi il peso di un simile compito alla sua prima Parigi-Roubaix. Lo ha fermato un guasto meccanico, ma a Roubaix è comunque arrivato. Racconteranno che Silvan Dillier, con una croce bianca sulla schiena dallo sfondo rosso, era in fuga dalla mattina ed è stato capace di dare il cambio al Campione del Mondo fino alla fine. Forse rassegnato ad arrivare secndo sin dall’inizio, ma rassegnato ad entrare nel Velodrome per primo. E quel boato, farebbe rassegnare chiunque a voler ascoltare con le proprie orecchie.
Racconteranno che poi è finita proprio così, ma che da dietro Niki Terpstra ha cercato di mettere una pezza, facendo barcollare il cronometro e il vantaggio di Peter e Silvan. Poi è arrivato terzo, da solo. Cavallo pazzo e imbizzarrito.

Racconteranno che sono teneri i 19 anni di Tanguy Turgis. E’ arrivato 42esimo a Roubaix il più giovane corridore delle ultime 50 edizioni. E’ arrivato insieme a suo fratello Jimmy, che corre per un’altra squadra. Eppure, in questo dolore, ci si stringe a chi ci vuole bene. Sono arrivati a 12:15. Solo loro, insieme. Uno davanti all’altro, il più grande a proteggere il piccino. Siete a Roubaix, bimbi coraggiosi. Siete a Roubaix, uomini di roccia.

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Photo: Twitter (@cyclingideas_)

Roubaix non concede paragoni. E forse racconteranno anche di come non esistano oracoli che possano predirre come andrà a finire.

Sono duri i loro denti che sbattono gli uni contro gli altri, quasi temono di romperli.
Sono faticosi i loro respiri, come ad aver dei sassi anche in corpo, al posto dei polmoni, che fanno male a gonfiarsi.
Sono limpidi i loro pensieri alla partenza, annebbiati gli occhi all’ultima curva, tanto che la strada non è più così nitida. Si dà la colpa al fango che magari si è incastrato nelle ciglia, ma in realtà è solo incoscienza.
Sono freddi i getti d’acqua nelle docce del Velodrome. Lavano via, al comando della catena che si tira verso il basso. Trema il braccio che la tiene all’estremità. Vibrano i muscoli, impauriti. Basta così biascicano a fatica. E’ finita, tranquilli. Adesso è vero, che è proprio finita.
Sono dolci gli applausi a Peter, Silvan e Niki.
Sono pesanti i chili della pietra di pavé che viene consegnata al vincitore, che scherza nell’ingenuità di chi sembra sia appena arrivato da un altro mondo, e fa finta di farla cadere a terra. La presa è solida, tranquilli.
Sono più di 26 i minuti di ritardo del corridore classificatosi 101esimo a Roubaix. E’ italinao, è Simone Consonni. Ma è arrivato, questo, a Roubaix, è già vincere.

Roubaix non concede paragoni. Puoi provarci, dicendo che è Inferno, che è dolore di trincea. Non renderebbe, non del tutto. Perché a raccontare cos’è Roubaix, non basta una sola storia.

Roubaix, è Roubaix e basta. E forse, basta così.

Suona, campana, suona.

Non c’è Roubaix senza sacrificio e quando entri nella Foresta, la gente del Nord sa che sei come loro.

(Gilbert Duclos-Lassalle)

Suona, campana, suona, per questa notte così dura e nera, piena di paure e insicurezze. Di dolori lontani nella memoria, che affiorano sempre di più. Di silenziose lacrime e intime preghiere. E’ lunga, ma paserrà. E tornerà quella voglia di sentire la campana che, come una brezza sottile, asciuga il sudore e pulisce dal fango, perché sì, sentita quella, rimane soltanto un anello, un giro, che alle gambe parrà quasi di non essere più vive, ma guidate da un’inerzia crudele. Si apriranno le persiane, si guarderà se fuori piove. E si snocciolerà un rosario immaginario.

Suona, campana, suona adesso che è ancora mattina.

Suona, campana, suona prima di Arenberg. Perché fa troppo male. Perché è troppo inferno per essere terra. Scheletro di trincea per una guerra che dura solo 2,4 chilometri, ma che è la porta che si apre sulla corsa del dopo.

Perché c’è anche una corsa prima.

Prima di quell’irregolare segmento di transenna che impedisce di passare ai bordi, dove la roccia è meno instabile. Quella corsa, quasi non si nomina nemmeno, quasi non ci si pensa neppure. E invece, prima di quel posteggio per camper sulla sinistra, prima di quel cartello con scritto “Pavé de Arenberg” sulla destra e di quel passaggio di alberi che  sulla linea d’orizzonte sembrano toccarsi delicatamente con la punta dei rami, esiste altro. Ma quasi non importa a nessuno. Alle loro gambe, però, sì.

E lì, ad Arenberg, qualcuno, vorrebbe cambiare strada e tornare indietro. Perché ci sarà pur una scorciatoia, da qualche parte. Ma non è così che ti hanno insegnato. Non è così che la bicicletta ti ha spiegato la vita. Le strade alternative non ci sono. C’è solo mal di gambe in fondo alla strada. E’ necessario attraversare quel passaggio di fitti alberi e sassi sconnessi. Quella porta di fronde, che per tutto il resto dell’anno dorme e sogna, d’inverno persino inglobata da qualche centimetro di candida e luccicante neve, dove non è raro scorgere la sagoma di qualche cerbiatto, in un singolo giorno, crea solo rumore. Così intenso, così vivo. E quando finisce, qualcuno piange.

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Photo Credit: http://www.podiumcafe.com/

Suona, campana, suona, per Arenberg che è finalmente alle spalle, un altro anno ancora.

Suona, campana, suona, sta entrando il primo nel Velodrome. O forse sono due, tre, dieci. Chissà. Tu suona, dai loro il sollievo di aver quasi finito. O di aver appena cominciato, perché il tuo dlin-dlon frenetico e regolare annulla tutto quello che c’è stato prima, perché manca ancora lo sprint. E se le gambe si sgretolano, non c’è più santo a cui appellarsi. C’è solo fango da piangere. C’è solo rabbia che esplode.

Suona, campana, suona, per quell’ultimo giro che asfissia i sogni o li gonfia come il vento con le vele di una nave.

Suona, campana, suona per il loro inferno che finisce. 

Suona, campana, suona adesso che è ancora tutto da dire, perché sarà più facile ascoltarti domani, quando quel tutto sarà quasi sulla via del tramonto, bagnato da gocce di spumante.

Tu suona, suona adesso, per l’Inferno che deve ancora cominciare.

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Photo Credit: Nick Legan

 

Coriandoli di sole

Piani d’Invrea, 17 Marzo 2018

L’Aurelia curva, ad un certo punto del suo percorso. Poco prima di arrivare a Varazze proveniendo da Genova. C’è tanta umidità, in quel francobollo, perché è quasi sempre al buio. Ci sono rocce stanche, cadute a terra, altre ancora appiccicate alla parete. Da un paio di anni, quella curva leggermente in salita, è il luogo da cui veder passare la Milano-Sanremo. Riconosco qualche tifoso dell’anno precedente, incontro qualche amico inaspettato e aspetto la corsa.

Belin, guarda Nibali!” esclama una voce a pochi metri da me, durante il passaggio dei corridori. Lo vedo anch’io, dal lato opposto a quello dove sto io. C’è una signora che avrà circa una settantina d’anni che è accanto a mia mamma, le dice che va a vedere le corse da sola, con l’automobile. “Perché mi piace da matti” le racconta.

Schiuma di onde impegnate nella loro danza senza fine, riempiono il vuoto lasciato dalla macchia colorata che in pochi istanti è fuggita via. Incessante scrosciare d’acqua, che si sente solo con orecchio attento, perché la strada è distante dalla spiaggia. Eppure, la malinconia è presente a tal punto da creare una bolla in cui ogni senso è appannato e resiste solo il ricordo di ciò che è appena successo. E’ tutto grigio intorno, la primavera, così com’era venuta, se n’è andata. E quei coriandoli di sole chissà dove sono finiti.

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E piove anche in quella curva alle spalle di Varazze. Piove a dirotto, tanto che ad un certo punto ho le lenti degli occhiali completamente inzuppate. Piove a dirotto, tanto che le suole delle scarpe spingono indietro altra acqua che vuole entrare. Mi dirigo verso l’auto, ascolto in lontananza le sirene della polizia e spero che stia per ricominciare tutto, come in un loop infinito. Invece no, perché la strada per Sanremo è ancora lunga ed è meglio sbrigarsi, perché le spalle fanno male quando sei in bicicletta da più di quattro ore e hai la mantellina bagnata sin dalla mattina presto.

Poi però, anche se fuori dalla mia finestra continua a piovere, le nuvole sulle loro teste si schiudono e i coriandoli di sole finalmente aumentano. Sono dolci carezze sul viso, calore inaspettato da assorbire il prima possibile, prima che scompaia di nuovo. Passano i Capi, passa la Cipressa, arriva il Poggio.

Ti nascondi, Vincenzo, ma non troppo, perché qualcosa esplode.

Dinamite, splendido rimbombo di gioia in mezzo alle curve dell’ultima e micidiale asperità di giornata. Sei solo, in mezzo a quelle curve che danno l’impressione di crollare da quanto è forte il boato di chi grida per te. Dopo l’impennata, c’è un piccolo spiazzo, con un ufficio postale sulla destra, poi giù, verso una curva a gomito strettissima. Poi giù, verso quella lunga striscia di storia che, in mezzo a Sanremo, porta il nome della capitale d’Italia. Via Roma, che sembra un imbuto che inghiotte, per poi aprirsi al suo termine, per poi giungere al mare.

Sono lunghi, lunghissimi, quegli ultimi duemila metri da affrontare senza punti di riferimento. Sei tu, in questo caso, la loro stella polare. Sanno che per tagliare il traguardo, devono prima venirti a prendere. Ma sembri così così distante alle loro gambe stanche e piene di acido lattico. Sei così lontano, da tutti i loro mirini. Sei un bersaglio che sa come muoversi, con le mani penzolanti dal manubrio, come anime alla finestra, spettatrici inconsapevoli di un pezzo di leggenda che sta nascendo, piano piano.

Sei solo, Vincenzo. Dietro stanno arrivando, ma di fronte non c’è ormai più nulla, solo una riga bianca da oltrepassare. Il sangue bollente ti fa voltare, solo un istante. Poi alzi le braccia, qualche metro prima dello striscione.

Sei irraggiungibile. Gli altri sono tutti dietro. Ma non solo oggi. 

Ti copri il viso, dalle dita filtra un po’ di luce. La realtà ti bussa sul caschetto, qualcuno urla il tuo nome. E’ ancora dinamite che esplode in quei coriadoli di sole che stanno sopra la tua testa. E anche se sei lontano, l’inno arriva anche qui, in mezzo al temporale. Continua a piovere, o forse smette. Nemmeno me ne accorgo, perché a Sanremo c’è un sole bellissimo. E va bene così.
Sei la primavera, Vincenzo, con tutti quei suoi coriandoli di sole.

Sei la primavera più bella di tutte.

nibali