Campo Felice – La pioggia nel pineto

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse […]
piove su i nostri volti
silvani […]

La pioggia nel pineto, Gabriele D’Annunzio

Rocca di Cambio è il paese più alto dell’Appennino, coi suoi 1434 metri sul livello del mare. Sembra un dipinto di Salvador Dalì, un paese che accarezza la sua collina, da sembrare quasi di plastilina, per quanto sembrano morbide le sue fondamenta. Fino a poco più di cinquant’anni fa, la sua vita sembrava provenire da un passato puro di campagna rupestre e vita contadina, con agricolutura e pastorizia. L’Abruzzo dell’entroterra è luogo incantevole, di tradizione e bellezza, di mani callose di lavoro nei campi e di cucina squisita, resa nobile dalla durezza delle condizioni in cui è stata creata.

Rocca di Cambio è Campo Felice. L’impianto sciistico ha dato a queste case addormentate sulla terra della collina che le accoglie, una nuova vita. Campo Felice è Giro d’Italia. E a Campo Felice, oggi, piove. Su quello sterrato che di solito si raffredda per la neve e viene attraversato dagli sci. Oggi arrivano solchi di tubolari, a farsi strada tra quella ghiaia infernale. E piove, sui volti già stanchi di giorni interi passati al freddo di un maggio che pare d’autunno, che pare l’ottobre dell’anno scorso. Le loro guance arrossate, le loro occhiaie pronunciate, le loro gambe indifese.

[…] Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; […]

La piogga nel pineto, Gabriele D’Annunzio

Piove su tutto questo, e sulla Maglia Rosa. Attila Valter, il giovane ungherese che, a differenza del suo omonimo vissuto all’epoca degli antichi Romani, non impedisce all’erba di crescere al suo passaggio. Anzi, il suo agile animo di puledro è insieme dolcezza di viso quasi di bimbo e carattere da grande. Dice, Attila, che gli piacciono le salite lunghe oppure gli strappi. Non ha vie di mezzo, crea la sua occasione anche dove non sembra esserci. Attila, per qualche giorno in Maglia Rosa, inaspettatamente. Attila, che oggi l’ha persa. La sentiva scivolare via dalle sue braccia, sfilarla come una carezza. Appena tagliato il traguardo, le ha dato un bacio, con gli occhi lucidi di fatica. E quelle labbra così dolci, valgono più di ogni altra dimostrazione. Valgono una promessa, valgono un amore che durerà una vita intera. La Rosa, che vale un ritorno. E tornerà, per chi la ama così tanto.

E piove su Egan Bernal e Gianni Moscon. Uno dietro l’altro, Re Artù e Lancillotto. Somiglia ad una di quelle favole del ciclo carolingio, che raccontano di virtù, di armi, di amori, di coraggio e tempra, il loro temerario andare. Procedono, uno dietro l’altro, finché il primo si accorge che può fare da solo. Ringrazia, con uno sguardo, e se ne va. Divora quei metri in sterrato come se nulla fosse. Arriva da solo, al traguardo. Non respira, non alza le braccia, lo farà solo dopo la linea bianca, che segna il regno del Paradiso da tutto il resto. C’è il cielo rosa, sopra la sua testa. E mentre c’è chi la Rosa la bacia per un arrivederci, c’è chi la annusa come un fiore irresistibile. “Ho già pianto, prima” dirà Egan, poco dopo il traguardo. E grazie a Gianni, per la sua fatica. La favola bella.

E piove, su Giulio Ciccone, ragazzo dall’accento di casa. Orgoglio di queste terre, che, come loro, ha le mani piene di calli, le braccai intagliate da fatica e sudore, il carattere forgiato dalla temerarietà di fronte alla fatica. Giulio è secondo, a Campo Felice. Distrutto, nel corpo e nell’anima. La voleva, la sua tappa, tra la sua gente, nelle sue montagne. C’è chi piange di gioia, c’è chi, in silenzio, se ne va, scuro in viso, e piangerà per laciarsi andare. E ci riproverà.

Piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

La pioggia nel pineto, Gabriele D’Annunzio

Cattolica – La mia sera

[…] Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell’umida sera. […]

La mia sera – Giovanni Pascoli

Bussa alla porta la luna. Si chiude il cielo sul giorno appena passato, il manto stellato risplende sul mare, specchiandosi nella calma placida delle onde appena accennate. Quiete. E’ un dolce tacere di ricordi vicini.

Un ragazzo seduto sul letto dalle lenzuola bianche, guarda fuori dalla finestra. Vede la luna, immobile e bianca. Osserva la sua luce, e prova a chiudere gli occhi, per non sentire il dolore. Quando li chiude, però, vede immagini scomposte, sconnesse, frammenti, secondi. Vede una bici per terra, sente bruciare la pelle, ascolta un grido di dolore, e poi realizza che è il suo; stringe gli occhi, sperando sparisca tutto. Li riapre, e si guarda. Capisce che non se n’è andato nulla. Fa male la spalla, fa male la pancia.

[…] È, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.
[…]
La mia sera – Giovanni Pascoli

Mentre gli altri giungevano alla linea bianca, lui è rimasto a terra. E ha chiuso gli occhi, in mezzo alla strada. Per cancellare, come il tergicristallo che leva la pioggia dal vestro. Così la palpebre, per eliminare il presente e provare a tornare indietro di qualche minuto, cercando di eliminare la pioggia che inonda le iridi scure. Poi capisce che non possibile, avendoci provato più e più volte.

Mikel Landa è un ragazzo timido. Viene dalla Spagna del nord, dai Paesi Baschi, terra di storia orgogliosa e ribelle. La bicicletta per terra è la sua. Gli occhi che piangono, anche. Quello che sarebbe dovuto essere solo un trasferimento, si è rivelato per lui la fine di un sogno. Sì, perché Mikel, a questo Giro d’Italia, era giunto per vincere, per non lasciar scappare più occasioni. Lo aveva preparato per sé, per potersi ripetere “Sì, Mikel, tu puoi“. Tutto sembrava andare per il meglio, poi più nulla. Davanti la corsa corre veloce fino a Cattolica. Caleb Ewan vince la tappa, Nizzolo è ancora secondo, ma veste la ciclamino. E Mikel si tappa le orecchie, per evitare di sentire i rumori lontani.

E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra…
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era…

La mia sera – Giovanni Pascoli

Questa è la sua sera. Notte di luna e dolore. Dormi, Mikel. E preparati, ad affrontare il domani. La luna è immobile e bianca, ti specchia e consola nel tuo dolore sordo. E’ la tua sera, Mikel, per cercare di buttare giù il veleno. Dormi, ritroverai la primavera, in cima ad un GPM. Sii pronto, per quel momento. Per ora, riposa. E sogna quanto puoi.

Sestola – Ascoltavo la pioggia

Ascoltavo la pioggia
domandare al silenzio
quale fragile ardore
sillabava e moriva.
L’infinito tendeva
ori e stralci di rosso
profumando le pietre
di strade lontane
[…]
Ascoltavo la pioggia, Alda Merini

Buja è “Città d’arte della Medaglia”, dove troverete anche un museo di questa particolare e unica espressione umana, portata avanti da nobili incisori e artigiani. Buja, prestigioso luogo “non luogo” incastonato in Friuli Venezia Giulia. Non luogo perché non è un paese preciso, ma un insieme di essi. Svetta in alto, il campanile del Duomo di Santo Stefano, sulla placida esistenza di questo incredibile agglomerato di vite.

Da Buja, oltre che le medaglie, arriva un rubino. Ha i capelli rossi, gli occhi castani e penetranti. Il viso spigoloso di fatica e sacrificio, lo sguardo sincero. Si chiama Alessandro, e Buja è in lui, con lui, sempre. Tra pochi giorni compirà 35 anni. E’ marito e papà. E’ Maglia Rosa.

Buja è a Sestola, oggi. Sotto la pioggia.

[…] Mi abitavano i sogni
odorosi di muschio
quando il fiume impetuoso
scompigliava l’oceano.
Ascoltavo la pioggia
domandare al silenzio
quanti nastri di strade
annodavano il cuore.
[…]
Ascoltavo la pioggia, Alda Merini

Alessandro è uomo di valore. Non ha mai ricevuto regali, ha sempre sudato ogni singolo centimetro di strada, ogni singola maglia indossata, ogni dorsale, ogni borraccia d’acqua. E ha sempre saputo ricambiare, donando sé stesso, la sua fatica di innumerevoli chilometri, il suo mal di gambe, il suo sudore. Così prezioso, il sudore del ciclista. E’ lo specchio immediato, lo sfogo bagnato di mille battaglie. E quanti segni, quelle battaglie!

Sotto la pioggia battente, Alessandro ha cercato un posto in cui sentirsi a proprio agio. Buja non c’è, ma quella strada bagnata gli è famigliare. Si trova bene, Alessandro, a rincorrere le gocce d’acqua che si tuffano dalle nuvole. La ascolta, quella pioggia, che è diversa in ogni luogo, eppure sembra sempre la stessa. La ascolta posarsi sulle sue spalle, la sente depositarsi sulla sua pelle, la annusa, come un lupo nella nebbia.

Alessandro non si è mai dato per vinto, perché sapeva, alla partenza di Piacenza, che avrebbe potuto indossare un sogno che per ora non era altro che una chimera irraggiungibile. Eppure, qualcosa si è realizzato in modo diverso dal solito. Il gruppo non insegue: “è possibile” si ripete Alessandro, mentre la pioggia cade copiosa, bagnando le ciglia stanche.

Non arriva primo al traguardo, Alessandro. Anche se ci ha provato, con tutto sé stesso, con tutto quello che si porta dentro. Ma è Maglia. Maglia Rosa. Si sente fuori posto, dice, sotto i riflettori. Sa di meritarla, ma l’umiltà vince ancora. Il suo valore, ha vinto ancora. Dopo 10 anni di professionismo, a pochi giorni dal suo compleanno, giunge quel premio che pochi meritano così tanto.

E’ Maglia, Alessandro. La tua. E anche la pioggia smette di scendere, non vuol rubare spazio alla tua rugiada che scende dagli occhi. Il Rubino di Buja, perché Buja è in nessun luogo, ma oggi, Buja, è a Sestola. Ed è la solita vecchia storia: il non mollare mai.

E la pioggia piangeva
asciugandosi al vento
sopra tetti spioventi
di desolati paesi.

Ascoltavo la pioggia, Alda Merini

Canale – Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.
[…]
Lavorare stanca, Cesare Pavese

“Cinque mesi fa, ho pensato di abbandonare il ciclismo, perché non avevo contratto. Oggi ho vinto una tappa al Giro d’Italia”. E’ un ragazzo che fugge dal sogno, con il cuore stretto e gli occhi lucidi. I sogni, che somigliano a onde salate di mare in burrasca. Tormentati, ardui, a volte tenebrosi. Si abbattono su pietre a volte troppo alte, troppo grandi per poter essere scavalcate. Quante onde infrante sugli scogli, senza che mai tornino indietro. Questa però non è la nostra storia. Questa è nascita, è vita, è primavera di maggio.

Taco van der Hoorn è nato a Rotterdam il 4 dicembre del 1993. Alto e biondissimo, occhi di un particolare azzurro, che somiglia alle acque del mare antistante la sua città. Rotterdam, uno dei più importanti porti al mondo, una delle città più operose d’Europa. Non avrebbe dovuto esserci, a questo Giro d’Italia. Non avrebbe dovuto più avere un numero sulla schiena. Abbandonato dalla sua ex squadra, con un grido di dolore, aveva quasi deciso di abbandonare tutto. Quel dolore tormenta, penetra nelle ossa, ma per chi sa attendere, spesso, giunge un’occasione insperata. Per Taco, arriva di nuovo una bicicletta con cui pedalare, una maglia da onorare. Ed eccolo, di nuovo, col dorsale cucito addosso.

Brilla, a Canale, la sua luce mai spenta. Ha preso la fuga, sin dal primo mattino. Ha tenuto duro, in mezzo alle colline profumate di dolce vigna, ha creduto, sino all’ultimo metro. E’ scappato dall’incubo, come ad uccidere i sui fantasmi. E’ scappato da quella casa di tenebra del fallimento ormai passato, e si è spinto oltre l’immaginabile. Taco, da solo al traguardo, in quegli ultimi metri in cui nessuno è ancora alle sue spalle. Nessuno, Taco, solo la tua ombra che ti spinge. Quel cielo ardente con il sole di fuoco, nascosto dietro le nubi grigiastre ti ha abbracciato come un cuscino di piume.

Sorridi, leggero, con gli occhi. Le mani a coprire le labbra secche per la fatica. Lo sguardo rivolto alle spalle, poi solo in avanti. Lì, dove c’è la strada tutta per te. E da quel sogno, non fuggire mai più.

[…] e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue. […]

Lavorare stanca, Cesare Pavese

Novara – Anche tu sei collina

È una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
[…]
Cesare Pavese – Anche tu sei collina

Lughi chilometri di autostrada, scortata da verdi prati, selvagge sentinelle di una vita che evolve. Chi è nato in questi parecchi anni fa, potrebbe raccontarlo, di cosa c’era prima dell’avvento della tecnologica strada di catrame. Campi di girasoli e di grano, sterrati sabbiosi o fangosi, a seconda delle stagioni, solcati da carri trainati da asini e buoi. Mucche placide a brucare l’erba, silenzio. Fiumiciattoli gorgoglianti e foreste, animate da uccelli e scoiattoli. Odore di legna bruciata e di vigna da vendemmiare.

A Montechiaro d’Asti c’è ancora quella collina antica, dai sapori genuini. L’erba splende anche se il sole non c’è. Il silenzio di un campo da calcio d’erba vera, qualche rudere abbandonato, ormai dimora di qualche pianta rampicante. Alcuni cuccioli di cane giocano spensierati nel loro giardino. C’è respiro di gioia, bloccato solo dalle mascherine che ormai siamo abituati a vedere sul viso degli altri. Quanta vita ci stanno togliendo, quante splendide rughe di espressione ci stiamo perdendo. Corrono le biciclette degli amatori su quella dolce salita di collina, in attesa di altre ruote, più veloci e famose.

Si salutano tra loro, i ciclisti. Si osservano, come usciti da un lungo letargo. Non sono più abituati a vedersi in così tanti, a bordo strada. La strada, che è la nostra casa. La strada, che è un paio di labbra solcate da un filo di rossetto. E sorride, finalmente, perché è viva di nuovo.

[…] Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
[…]
Cesare Pavese – Anche tu sei collina

Poterla toccare, quella strada, è stato per me una rinascita. Siamo stati tutti fenici, rinate dalle nostre stesse tristezze. Spegnersi per riaccendersi, come un falò che finisce la legna, ma che ne riceve di nuova poco prima di assopirsi definitivamente. Ritornare, riabbracciare quella sensazione di appartenere.

Di nuovo io, di nuovo tu. Di nuovo noi, insieme.

Guardo il mio zaino impolverato, e quasi mi commuovo. Guardo le parole che sono tornate, come gli uccelli che tornano dalla migrazione. “Inizio gara ciclistica”. Eccola, quella vettura che trasporta ricordi belli. Interompe il silenzio di un cuore in sospeso, in apnea da troppi mesi. Eccoti, Giro. Eccoti. Sono passati tanti giorni, sotto il sole e sotto le nuvole. E’ valsa la pena aspettarti così tanto. E’ valso tutto. E’ stato dolore, cancellato, come brace di falò.

E’ primavera, nel mio cuore. Di nuovo.

Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.

Cesare Pavese – Anche tu sei collina

Torino – Le febbri luminose

Fiamme livide, dolgono negli occhi
d’intensità insensate.
Che cos’è più il mio sangue
sotto questa vertigine di forza?

Cesare Pavese – Le febbri luminose

5. 4. 3. 2. 1.
La mano smette di contare, il braccio a cui è attaccata si allarga e Filippo Tagliani può prendere il via. E’ lui a far partire l’orchestra. Lui a scendere dalla rampa. Lui a immergersi nelle strade ricoperte dalle transenne, con alle spalle, finalmente, anime applaudenti che illuminano il percorso come i lampioni che si sarebbero accesi solo dopo qualche ora.

Torino è splendida, in questa stagione. Probabilmente lo è sempre, chi ci vive potrà confermarlo. Noi la vediamo oggi, ci incanta, ci acceca di bellezza. Il suo esoterismo misterioso, la Mole che fa il solletico alle prime nuvole, con la sua punta che sembra quasi una bacchetta magica.

Il Giro d’Italia è una febbre luminosa. Una febbre alta, di quelle che stordiscono e mandano k.o., che fanno perdere la lucidità d’azione. Perché il Giro assorbe come una bolla e ti estranea dal mondo, rendendolo come una macchia confusa che funge solo da cornice. Il Giro che è tornato dalla sua gente, nella sua stagione, nella sua normalità (o quasi).

Per Filippo Ganna è un’ebrezza già provata, come un deja-vu vissuto nemmeno un anno dopo. La fame delle gambe e la fame del cuore gli hanno cucito addosso la Maglia Rosa, esattamente come l’ultima volta. Esplodono i coriandoli di fronte al suo sorriso coperto dalla mascherina blu scuro, che non cancella la gioia espressa dagli occhi, stretti così tanto dalla morsa della felicità, che quasi sembrano chiusi; i sogni, in fondo, si creano sia al buio che alla luce.

Quella febbre luminosa che ha accolto Remco Evenepoel, che è tornato dopo una grande paura, cercando di vincerla, giorno dopo giorno. Il tempo è passato in fretta. Dalla riabilitazione alla pedana di partenza del suo primo Grande Giro. Immagino i suoi occhi di giovane ragazzo dal futuro brillante, annebbiati dalle lacrime d’emozione di poter di nuovo mettere un numero sulla schiena. Brilla la tua luce, giovane rampante, come i lampioni di Torino all’imbrunire.

Tutto si spegne, la musica non esce più dalle casse. I microfoni dei gionalisti, le macchine dei fotografi, i motori delle ammiraglie. Vive il Po, circondato ancora di polvere rosa. Mormora, quasi un lamento, perché li vede già partire, come lucciole che imboccano le vie per raggiungere la partenza del giorno dopo. La tua febbre, Torino, resterà nelle loro gambe, per ventuno giorni. E probabilmente anche oltre.

[…]Lontano, per le strade vellutate,
si sgranano abbagliantile collane bianchissime
di lampioni e lampioni.

Cesare Pavese – Le febbri luminose

Fin sulla Luna.

Terra di Fiandra, quasi un altro pianeta. Fattorie e campi coltivati, attraversati da strade che non sembrano nemmeno opera dell’uomo. Mucche al pascolo, placide e assorte in un ambiente che sembra quasi onirico. Tutto è avvolto da un velo, come le Grazie nel carme del Foscolo. Quella patina sottile, che protegge la bellezza dagli occhi profani e la rende immortale, un misto di colori creati dalla Dea Flora.

Mescola le fila, oh Dea!

Terra di Fiandra, prospera in arte di pennello e di birra, casa di ciclisti e scultori come Paul Van Hoeydonck, giunto fin sulla Luna con la sua Fallen Astronaut, in omaggio a tutti gli astronauti e cosmonauti che hanno perso la vita nello spazio.

Terra di Fiandra, con quei muri di ciottoli che sebrano cubi di Rubik spalmati sulla superficie. In mezzo alle loro fughe, quanti animi infranti. Gialla, la tua bandiera, con un leone dagli occhi rossi che ruggisce. E sembra di sentirla, la sua voce, nel caos calmo di una Pasqua strampalata.

La tua Ronde, terra di Fiandra, spettrale e irriconoscibile. Transenne vuote, a guardia di un pavé rimasto orfano di applausi, di file di bandierine piantate nei prati, come cornici di imprese e fatiche. Transenne sole, sentinelle abbandonate con il cuore spezzato, senza musica e risate, senza la loro gente.

Ronde, sei tu, con i tuoi ciclisti, ma non ti riconosci neanche.

Nel silenzio di un’Anversa irriconoscibile nel giorno della Resurrezione, un colpo di pistola a salve, dà il via al Giro delle Fiandre n° 105. Rimbomba, quel finto proiettile, come un fucile sulla linea Maginot, quando in Belgio c’era la guerra e si diceva “on ne passe pas”. Non si passa. E non è guerra, oggi, ad Anversa, ma è trincea. I bar chiusi e le strade deserte. E’ abitudine, da più di un anno. E’ incredibile, da più di un anno.

Sono più di 200 i corridori al via, come lo sono i chilometri verso Oudenaarde. Tra loro, c’è un ragazzo francese. Ha un baffetto buffo, che lo fa somigliare a Laurence Olivier. Si chiama Anthony Turgis, francese di Bourg-la-Reine, a pochi chilometri a sud dal centro di Parigi ed è il fratello di mezzo tra Jimmy e Tanguy, entrambi ex corridori. Compirà 27 anni il 16 maggio, e ha sempre vissuto con una bici al proprio fianco. Da piccolo, alle prime corse, capitava di vederlo correre assieme ai fratelli ed altri membri della sua famiglia, fino ad arrivare a più di quindici Turgis in corsa. Però, Anthony è l’unico che può vivere la strada, Jimmy e Tanguy non sono più in gruppo a causa di un cuore ballerino.

Anthony corre la sua Ronde da capitano, dopo il quarto posto dello scorso anno. Onora la sua Ronde, sempre all’attacco, come un corsaro che squarcia le vele dei vascelli nemici. Ci crede, come non aveva mai fatto prima. Può essere per davvero sua, quella terra di Fiandra, che potrebbe portarlo sin sulla Luna.

Passano i diciannove muri in pavé, dove i corridori cercano la striscia più esterna, sulla destra, per trovare un po’ di sollievo, poiché essa è sterrata, senza ciottoli che spezzano le gambe e il fiato. La salvezza nel mezzo dell’inferno, la via verso la salvezza, come Virgilio con Dante nella selva oscura. Anthony è lì, poco dietro i primi. E se perde qualche metro, prova sempre a rientrare.

Si vedono più volte, quelle strade a gradini, che impennano così tanto che il cielo non sembra poi così lontano. L’Oude Kwaremont, che se pronunciato male sembra quasi una preghiera in latino, è malinconia. Il Paterberg è l’ultimo, il pavé può tornare a dormire.

Siamo alla fine. Anthony non è più davanti. La Luna dovrà aspettare.

Il danese Kasper Asgreen vince, Mathieu Van der Poel è secondo. Greg Van Avermaet prende l’ultimo gradino del podio. E Anthony è ottavo. Dopo tutta quella fatica, con la polvere racchiusa persino nei baffi, e dentro gli occhi, che, nonostante gli occhiali, bruciano, come quando non sbatti le palpebre per un po’ e tutto si sfoca, e il mondo ondeggia nelle pupille, come sommerso da enormi onde. Non è luce, non è sogno. E’ dolore di oltre sei ore di strada sempre a combattere con le frustate di vento. E’ quel velo che protegge la bellezza, la avvolge per non farla sparire. Anche lui è un Fallen Astronaut, come la scultura di Van Hoeydonck . Caduto dall’alto, da quei muri che si arrampicano, fatti solo per chi è pronto per arrivare fin sulla Luna.

(Photo by Tim de Waele/Getty Images)

Bersaglio da 10.

Genova, 20/03/2021

La Liguria è un arco orientato a nord. La sua corda è fatta di scogliere e ulivi arrampicati su terrazzini da cui si ascoltano le onde e si osserva il mare che si arrampica sulla roccia. La abbraccia, come un amante schizoide; a volte con la tenerezza di una carezza, altre quasi a strozzarle, quelle rocce, distruggendole in un impeto di rabbia.

Arriverà domani, ufficialmente, la primavera. Come ogni anno da calendario. Eppure, la sua Classicissima ha deciso di anticiparlo. La Milano-Sanremo, che è tornata sui suoi tornanti nella sua stagione preferita. Aspettava da più di un anno, la sua riviera. Aspettava di riavere le ombre dei raggi, perché quella che è arrivata lo scorso anno, non era la sua Sanremo. In autunno, senza gemme rosa sulle cime degli alberi, senza i tramonti che sembrano non finire mai, senza il sole che esplode di luce. Manca ancora una cosa, alla Milano-Sanremo: il suo pubblico. Quello che si assiepa sui Capi e lungo il serpente della Cipressa. Quello che si abbraccia sul Poggio, facendo diminuire la larghezza di una sede stradale già abbastanza ridotta. Quelle urla e quegli applausi che riempiono via Roma, a Sanremo, come solo nei giorni di festa.

Eppure, nonostante questo vuoto, il gruppo di omini ha pedalato veloce, verso il primo orizzonte. Dal Col di Giovo, nel silenzio irreale di un sabato pomeriggio di Milano-Sanremo senza pubblico, lascia ascoltare il richiamo del litorale. Tra di loro c’è anche Jasper, nato nel cuore delle Fiandre. Il suo compleanno è tra meno di un mese. Terra di fiandra, così lontana da Sanremo, che sembra appartenere a due mondi diversi. Terra di muri in pavé e di Dei che glorificano solo chi si sporca di polvere o fango.

“Non arriva quasi mai uno da solo in Via Roma”. In fondo, questa, è la Classica dei velocisti. Jasper non è puro, non è una ruota veloce. Ma è un fiammingo. E il fiammingo, non è un sangue come gli altri. Ha al suo interno quella componente essenziale del simbolo della loro bandiera. E’ un quello di un leone che ruggisce, alzandosi in piedi e digrignando gli artigli. Quelli che ci sono voluti in fondo alla discesa del Poggio per provare a inventarsi un numero. Jasper va, quelli dietro hanno un attimo di esitazione e lui non si ferma. Viene raggiunto, a poche centinaia di metri dal traguardo. Altri avrebbero mollato, lui no. Troppi sogni racchiusi in quegli ultimi centimetri di asfalto per mollare lì, quasi alla fine.

Alla fine, ha avuto ragione lui. Quel fiammingo dallo sguardo profondo alza le braccia e, nonostante ciò, non ci crede. “All in”. Dare tutto. Questo dirà dopo l’arrivo. O tutto o niente. E’ arrivato tutto. Anche l’abbraccio con quel capitano siciliano, che qualche anno fa era riuscito ad arrivare come lui. Sulla stella linea bianca, con lo stessa voglia. Vincenzo Nibali, quel patrimonio che dobbiamo tenerci stretto.

Che sia destino, che sia una favola, che sia quello che volete. Questa primavera in anticipo in un anno difficile, con questo finale che non accade così spesso, ma che quando viene scritto, risulta più bello degli altri.

La Liguria è il tuo arco, Jasper. Il tuo viaggio è dove ti porta la freccia. Il tuo arrivo è il bersaglio da dieci.

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#GiroInvisibile, Tappa 14 – Galibier

Galibier, 19 maggio 2013

Non ero per strada, quel giorno, ma a casa per preparare una verifica di matematica che sarebbe stata il giorno successivo. Era un periodo in cui io e la matematica sembravamo due aliene, l’una verso l’altra. Più provavo a dimostrarle la mia buona volontà, più lei mi abbandonava a me stessa, costringendo il mio libretto dei voti a riempirsi di insufficienti.
In fondo, la matematica è come tutti noi: aspetta qualcuno che la comprenda.

Siamo tutti la matematica di qualcuno. E qualcuno è per noi la matematica.

Il conforto da quell’ulteriore presagio di votaccio si chiamava Giro d’Italia. E l’arrivo sul Galibier. E la fuga dell’omino con il numero 149. Da solo, con lo spettro di una bufera di neve nel destino da coraggiosa sentinella in avanscoperta. Io seduta sul pavimento, con le gambe prive di sensibilità, sperando di poterlo spingere sempre più avanti, fino a dopo la linea bianca.

Il cielo si stava avvicinando. La vetta era a vista.

Dai, Giovanni, dai. Ripetevo ad alta voce, come a recitare un mantra a mani congiunte, sperando che i dio tempo potesse fermarsi per gli altri e proseguire per lui. Perché c’era tanta sofferenza, dietro ogni pedalata. Tanti demoni scacciati, schiacciati, accartocciati. Tanti dubbi rimossi, scartavetrati dall’anima. Quella strada cullata dai fiocchi gelidi che abbracciavano ogni centimetro del suo corpo e si scioglievano al contatto con la sua maglia a maniche lunghe, sembrava quasi accompagnarlo; era come se ci fosse qualcuno che lo scortasse, a dirlgi che non era il momento di voltarsi indietro.

Ma era solo giunto il momento di andare, fieramente, finalmente, avanti.

Non dimenticherò mai la sincronia delle lacrime, la gioia incredibile di quei momenti. Come essere lì, sotto la neve, su strade in lingua francese, a condividere un frammento della felicità di quell’omino giunto da solo al traguardo. Lui, nato il 13 gennaio, come l’uomo a cui quella tappa era dedicata. Lo aspettava, dipinto sulla neve, il suo nome impresso nella storia del mondo. Lui, che aveva sofferto troppo e che era rinato, scoprendo che è salendo, salendo ancora, salendo sempre di più, che la vita regala un traguardo inaspettato.

Era giunto, quel momento, che tanto ha voluto. E’ giunta la vita a ricordargli quanto un uomo può costruire con le proprie mani.

Non ero per strada, quel giorno. Avrei voluto congelare in mezzo alla tempesta di neve, invece di distruggere le ginocchia sul pavimento piastrellato del mio soggiorno. Lo guardavo, salire, non distogliendo mai gli occhi dalle sue ruote. Ricordo la strada non finire mai, ma quando è finita, non ricordo altro che immaggini appannate di lacrime. Non lo ringrazierò mai abbastanza per tutto questo.

Il suo numero, proprio quel dorsale, il 149, lo guardo ogni notte prima di addormentarmi, per sognare sempre un po’ più in grande.

#GiroInvisibile, Tappa 13 – Cervinia

Vivo in più luoghi contemporaneamente. Dopo aver lasciato una città, un paese, un bosco, una spiaggia sperduta, la cima di un monte, è come se un frammento di me, restasse ancorato lì. E aspetta solo che il resto del mio DNA torni a trovarlo.

La Valle d’Aosta è uno di quei luoghi in cui sono stata in vacanza da bambina e che trova, spesso, qualche occasione per far sì che io torni a trovarla. Ho imparato a riconoscere la sua aria, dopo il casello autostradale di Quincinetto, l’ultimo, prima di entrare in valle. Aprendo il finestrino, tutto cambia. Come ad oltrepassare una barriera magica, ci si sente attraversati da un benessere improvviso, che solo quel luogo è in grado di emanare.

Quella volta, avevamo prenotato nel residence dove avevamo passato le vacanze l’estate precedente, località Les Fleurs, frazione di Gressan, a qualche chilometro da Pila. Dentro quella struttura, c’è odore di legno. Di baita. Di vita. La colazione erano brioche appena fatte con il cappuccino fatto con il latte delle mucche poco distanti da lì. Non troppe curve sotto, c’era un supermercato con la maggior parte di prodotti locali, tra cui dei grissini di un forno di Aosta che erano la fine del mondo. Sono uno dei motivi per cui mi convinco a tornare. Per non parlare della fontina d’alpeggio. E’ un dato di fatto, la montagna mette appetito. E solo quando sei veramente felice hai sempre fame. La montagna rende felici e migliori.

Cervinia l’avevo visitata solo una volta, fino a quel momento. E non mi aveva colpito molto. Ero entusista all’idea di rivedere il Cervino, perché la volta precedente era coperto dalle nuvole, come spesso accade, a quanto dicono gli abitanti del luogo. Capita di vederlo fumante, oppure con un cappello. Alle sue pendici, un campo da golf, dove, se si è fortunati, si possono vedere le marmotte con le loro enormi code, sgattaiolare tra una tana e l’altra.

La salita verso il paese era piena di tornanti infiniti e mentre li affrontavamo in auto, immaginavo i corridori, sparsi, alcuni a menare davanti, per una vittoria propria o del capitano, altri a vendere l’anima al diavolo, in fondo, pur di arrivare in cima. Per questo gli arrivi in salita mi sono sempre piaciuti così tanto. Per la possibilità di poterli vedere tutti, uno per uno. Non si guarda mai l’orologio, e non importa se incomincia a far buio mentre si torna a casa, l’importante è averli applauditi tutti, aver loro alleggerito la strada almeno per qualche istante con una piccola parola di conforto, un applauso, un sorriso.

Ho trovato la mia curva. Un muretto con un prato sopra, un albero e lo spazio adatto ai miei sogni nell’attesa del gruppo. Con il solito panino con la moccetta e una bottiglia d’acqua, alle corse non serve altro. C’è la gioia che sazia, c’è la’drenalina che blocca ogni singolo stimolo. Tutto è meraviglioso. E quando il gruppo ha iniziato a mostrarsi nella sua bellezza, non ci sono spiegazioni da poter dare. Si ha il privilegio di incrociare le vite di centinaia di persone, lì per il tuo stesso motivo, poter sentire di essere nel posto che ti appartiene.

Vivo in molti luoghi contemporaneamente, per questo amo il ciclismo, solitamente me li fa rincontrare tutti, sia che io torni fisicamente, sia che io li ascolti, li veda e immagini i loro odori da uno schermo tv. Vivo di molti luoghi, di molte cose, di molte persone. Vivo di storie incompiute e lieto fine. E il ciclismo, un lieto fine, me lo regala sempre.