I corridori di Massi.

C’è un traguardo che un uomo vuole raggiungere nella vita, che non ha niente a che fare con una gara sportiva, a qualsiasi ambito ci si riferisca. È qualcosa di più importante, di più significativo, ed è quello di lasciare emozioni positive negli altri. Si sa che il ciclismo è famoso per essere terreno fertile per questo tipo di persone. Uno di questi è Massimo Podestà, segretario dell’U.S. Pontedecimo, la società organizzatrice del Giro dell’Appennino dal 2000 al 2007.

Massimo, conosciuto come “Massi” era un uomo che sapeva coniugare lo stile beat della giovinezza con la serietà e l’impegno dell’età adulta. Da sciatore e rallista, è diventato poi autista di autobus e ha dedicato la vita agli altri, disinteressato e appassionato, per dieci anni in Croce Rossa e per nove al Giro dell’Appennino, la corsa che ha sempre bussato alla porta di casa sua.

“Massi” ha tracciato una via che tutti coloro che amano questo sport dovrebbero imparare a seguire: amava i corridori, soprattutto i più giovani, nel loro percorso di crescita che poi li avrebbe lanciati verso il grande fuoco del ciclismo dei grandi numeri e dai nomi di vette che a sentirli, un po’, mettono paura. Eppure, lui, con la sua semplicità, era in grado di farsi voler bene da tutti coloro che hanno avuto il privilegio di incontrare i suoi passi lungo il cammino. Uno di questi è Piero Pieroni, storico massaggiatore di Moser, per anni manager di grandi campioni e fulcro dell’ambiente ciclistico per circa un decennio. Il merito di Massimo, uno dei tanti, era quello di portare sé stesso a disposizione di tutti, regalando il suo tempo per qualcosa in cui veramente credeva; amava il ciclismo, avrebbe voluto vederlo splendere più che mai.

Massimo è andato in fuga nel 2007, durante il Giro d’Italia, dopo aver assistito alla tappa che si è conclusa al Santuario di N.S. della Guardia, a cui lui aveva lavorato sino all’ultimo, affinché ciò avvenisse. Oggi, 28 maggio 2019, sono passati 12 anni dalla sua scomparsa e il Giro d’Italia, che lo ha salutato quel giorno, affrontava il Mortirolo. Giulio Ciccone ha vinto questa tappa, Fausto Masnada è arrivato terzo e Vincenzo Nibali quarto. Tenete a mente questi nomi, serviranno dopo.

Nel 2007, suo figlio Davide e sua moglie Maria Elena, hanno voluto che la corsa a cui Massimo era legato da un rapporto che andava oltre il semplice amore, lo omaggiasse e da lì, è nato il Trofeo che porta il suo nome e che ogni anno premia il miglior corridore under 26 che taglia il traguardo. I corridori del futuro, i suoi preferiti. E se Davide ancora fa un po’ di fatica a tornare all’Appennino, Maria Elena è ogni anno più orgogliosa di vedere che “i ragazzi di Massi” alzano con orgoglio quella coppa dove è inciso un nome così importante. E quando loro non possono essere alla gara, sul palco, a ricordare Massimo, c’è Angelo Scotto, uno dei suoi amici più cari, a coccolare i corridori in loro vece.

Ed è straordinario che i ragazzi dai visi così puliti e luccicanti di passione, riescano poi a dimostrare di rappresentare il ciclismo che a Massimo era così caro. Quello dai denti stretti in cima ad un GPM, dal sudore che quasi squarcia le guance da quanto è duro, dal sacrificio di lunghi chilometri di fuga o di affondi micidiali in salita. Dal 2007, in quel palmarés si contano una Vuelta, tre Giri d’Italia e cinque Tour de France, oltre che una Milano-Sanremo e due Giri di Lombardia. Quella coppa dorata è finita tra le mani di Kanstantin Siutsou, Chris Froome, Vincenzo Nibali, Robert Kiserlovski, Alessandro De Marchi, Fabio Felline, Ivan Rovny, Sonny Colbrelli, Omar Fraile, Pier Paolo Ficara, Egan Bernal, Giulio Ciccone e Fausto Masnada.

Qualcuno di questi nomi vi è famigliare? Alcuni di loro sono i protagonisti di quella follia che è stata la frazione del Mortirolo. Un omaggio a Massi, da parte di chi lo porta nell’anima, magari inconsapevolmente.

Sembra incredibile, ma quasi come se per osmosi, quel nome inciso su quella coppa, trasmetta così tanta sicurezza da non far avere più paura di nulla, da non temere nemmeno la grandine e la pioggia dritta negli occhi, come proiettili di piombo a colpire le gambe. Da non temere nemmeno di battere i denti e di arrivare lo stesso al traguardo. Come se le strade di Massimo, una Liguria di collina rocciosa e verde, di mare profondo con la schiuma di onde impetuose, infondessero un coraggio così particolare che non possiede nessun altro.  

Davide, prima anche lui corridore e che oggi è un massaggiatore e aiuta le persone a ritrovare il benessere sia mentale che corporale, a cui si rivolgono anche i corridori della zona, a cui fa ancora effetto sistemare e coccolare i muscoli di un ciclista, e Maria Elena appartengono a quella categoria di persone di cui il ciclismo, anzi, i ciclisti per meglio dire, hanno necessità. Sono quelli che fanno loro del bene, lungo le strade che le biciclette trasformano in incantesimo, per un applauso o un “bravo” colmi d’affetto.

L’intimità e la riservatezza di una passione che esplode quando è a contatto con l’amore. Quello in cui Massimo ha sempre creduto.

Annunci

Milano-Sanremo 2019, Origine.

Dove cammina il mio destino, c’è un filo di paura (Fabrizio De André)

Passo del Turchino, 23/03/2019

Girano le curve su per la nostra montagna. Nostra, dei genovesi, perché montagna in realtà non è. E’ collina, ma per noi è montagna. Ci sono i raggi della primavera di casa mia, con la loro luce abbagliante e le loro carezze che a volte scottano, per poi trasformarsi in folate di vento che graffiano la faccia. La tramontana fresca, che ha pulito il cielo sopra la testa, sgombrandolo da nubi e cirri. Sale verso la vetta l’auto, seguendo le linee che la strada ha disegnato per lei. Lascia la costa alle spalle, per rivederla qualche ora più tardi. Le marce cambiano spesso, come un cha cha cha, vanno su e giù freneticamente per star dietro alla pendenza.

“Fai finta che sia lo Stelvio!”

C’è la mia origine, in cima al Turchino, che per me ha sempre significato Classicissima, vista da lì la prima volta e per molti anni dopo. Ricordi spesso bagnati dalla condensa della nebbia e dall’odore di umidità, sono origine. E senza radici, non si può nemmeno andare lontano perché non avresti un luogo dove poter tornare. Ed è lì che sono tornata, alle mie origini più profonde.

La Milano-Sanremo è un rituale, una tradizione, come il pranzo di Natale. E trovi sempre gli stessi commensali, o quasi. Ogni anno, le stesse strade, o quasi. Per qualche tempo, il Passo del Turchino è stato irraggiungibile, e quasi mi sembrava mi mancasse qualcosa. E dopo aver posteggiato l’auto nello stesso piazzale di fronte alla stessa casa e agli stessi cespugli di rovo, le mie suole hanno calpestato la nostalgia. E da quello stesso piazzale, di fronte a quella stessa casa di fronte agli stessi cespugli di rovo, sembra non me ne sia mai andata. Accanto a me, un papà con il bimbo, che avrà avuto circa nove anni. Vengono dai dintorni di Ovada, ed sono lì già da qualche tempo.

Io tifo Trentin, è sempre facile stare coi super favoriti!” dice il papà.

Io sto con Nibali!” dice il figlio, con gli occhi lucidi di tensione e impazienza di veder spuntare il suo corridore da dietro la curva, con la speranza di poterlo osservare il più da vicino possibile. Mi ha ricordato me, quando speravo di vedere Pantani anche in corse a cui non partecipava. Ma io ci speravo lo stesso. E gliel’ho augurato, che lo vedesse. Che potesse dirgli “Sei grande Vincenzo!“.

Gliel’ho auguarto, che potesse trovare lì la sua origine.

Da dove sono io, mancano circa due chilometri alla galleria con il famoso cartello a cui quasi tutti attaccano un adesivo che testimonia il loro passaggio. E ho deciso di raggiungerla, per salutare una vecchia amica. Esplodono verdi colline puntinate di alberi ancora acerbi, oltre il guardrail. Una chiesetta e qualche casa assolata. Batte forte il sangue contro le pareti delle vene, dentro l’anima che finalmente non ha nessun peso da trasportare, se non lo zainetto sulla schiena. Eccola, la galleria. La mia deviazione è però a sinistra.

A sinistra c’è poi la vera origine. La vecchia galleria, a cui hanno tappato la bocca con una griglia di ferro, già coperta di ruggine. Sta lì, placida e rassegnata ad essere messa da parte, a non far più parte della festa. Se ne sta lì, all’ombra di alberi ancora spogli, timida con un ramo che le sfiora la fronte. E’ diventata un vicolo cieco, dove il mondo un po’ si spegne dietro i tubi di scappamento delle auto che utilizziano la strada di fronte a lei come sosta improvvisata. E’ spenta, la sua luce di leggenda e anima forte. Un saluto commosso, e me ne sono andata.

Torno indietro, perché manca poco al passaggio. Manca poco alla mia automobile preferita, che mi riempie le ansie e le attese, che sazia le mie mancanze più grandi. Quell’auto che annuncia i miei rumori preferiti, le voci del gruppo, la meravigliosa danza. Pranzo con la mia focaccia e un bric di tè freddo alla pesca e aspetto, camminando avanti e indietro, come un disperato sotto la finestra di una fidanzata che si fa attendere un po’ troppo.

Sanremo è così distante da lì. Sanremo è talmente lontano da sembrare utopia. E da Milano c’è talmente tanta pianura che il Turchino ossigena i polpacci. E spero che gli applausi e le grida servano anche a questo. A far loro dimenticare che tra un centinaio di chilometri ci sarà un traguardo che li aspetta e che ci sarà solo uno che lo taglierà per primo, condannando all’anonimato la fatica di tutti gli altri.

Ma è così importante la fatica, la sofferenza, in un mestiere come il tuo, corridore. Lo è talmente tanto, che sembri nato per questo. E mentre chiamo un nome conosciuto e ricevo un sorriso indietro, spero che quella spinta possa arrivare sino in cima. Spero che per quel secondo, una minima parte di quella fatica, si scarichi un po’ sulle mie ginocchia e lasci in pace le sue. Non è così, ma un po’ mi ci convinco tutte le volte.

Dopo la fuga, arriva il gruppo. Me li vedo sfilare davanti, ognuno con pensieri scritti in lingue diverse e sguardi di prospettive diverse. La mia è legata ai loro pedali e alle ruote che girano talmente veloc che sembrano privi di raggi al loro interno. Chissà chi vincerà, lì in mezzo. Un nome ce l’ho, chissà se lui lo sente.

Salgo in auto, la strada è la stessa di prima. E mentre snocciolo le curve come un rosario, lascio le mie radici, di nuovo. Lascio quel luogo da cui si immagina il mare non troppo lontano. Lascio quella voglia di tornare, che varrà per il prossimo anno.

Grazie Turchino, mi hai dato risposte che avevo perso da tanti mesi. Mi hai dato la carezza di cui avevo bisogno. Sei tu, la mia splendida origine.

“Per tutto ciò che hai lasciato”

Un anno passa in fretta. E infatti, siamo qui a contare a ritroso 365 giorni (371, in realtà) da quando Filottrano è rimasta attaccata alle suole dei miei stivali, che nel frattempo si sono anche consumati. Il suo fango di un campo sportivo, appena stato vittima di giornate di pioggia. I suoi colori, la sua pace, il suo amichevole abbraccio.

Oggi Filottrano è stata solo sfiorata, col pensiero volato via leggero come un aeroplanino di carta, che porta un messaggio d’amore. Eppure, in quello che è stato teatro di una battaglia leggendaria tra Roma e Cartagine, è sbocciato un nuovo ricordo. In quella che è stata chiamata Piazza Leopardi, è comparso un pezzo di Filottrano. Uno sguardo invisibile, dagli occhi accesi e limpidi. Qualcosa che c’è sempre, ma che comunque manca. E l’assenza non si può colmare, non si può quantificare, non si può raccontare. Si trasforma, nel corso del tempo, forse. Non ha calendario, l’assenza. Non ha date di scadenza. L’assenza è un “forse” che, come scriveva Leopardi, che qui ci è nato, non cerca la fine, ma punta all’inifinito.

“Ci sarai per sempre. Mi mancherai per l’eternità”.

Jakob Fuglsang ha vinto a Recanati. Jakob Fuglsang è uno di quelli a cui Filottrano ha dato tanto. Un amico, un compagno, un punto di riferimento, un conforto, un sorriso. E’ qualcuno che, adesso, è pervaso dall’assenza. Forse ci ha fatto l’abitudine, forse ci convive. Ma non andrà mai via. Jacob Fuglsang ha voluto gridare, dopo l’arrivo. Ha alzato le dita alle nuvole, verso quello sguardo invisibile. Eppure, potrebbe giurare di averlo riconosciuto, in mezzo a tutto il resto. A chi, dopo il traguardo, gli urlava “Campione”. A chi batteva le mani, a chi gli scattava una foto. Michele è presenza che non si arrende all’oggi, ma che punta verso il per sempre.

“Per tutto ciò che hai lasciato, e per tutto quello che non hai potuto.”

📸 Tirreno – Adriatico

Terra.

Piazza del Campo, dall’alto, somiglia ad una conchiglia, come ricorda Mario Castelnuovo. Anche se la perla preziosa, in questo caso, non si cela al suo interno, ma è lei stessa. Non si è formata tramite granelli di sabbia trasportata dal mare, ma da terra arsa da alte fiamme, quali sono i raggi del sole. Siena, che ha la pigmentazione tendente al bruno aranciato dei suoi tetti, come fosse terracotta plasmata da un artigiano sapiente. C’è una piazza, Piazza del Campo, che si è riempita di parole, come bancarelle di un mercato enorme. Si sono agglomerate lacrime di sofferenza, gioia, gambe stanche e braccia formicolanti, borracce ormai vuote e sguardi stralunati, nascosti dalle lenti specchiate degli occhiali.

E’ sera, e cuociono le ombre, sotto il cielo giallo appoggiato sulle colline. Sta sciogliendo le truci nuvole e si prepara alla luna. Dormi Siena, riposate strade affamate di vita. Perché questo è, in fondo, la Strada Bianca. Ha l’antico nel sangue che scorre tra i suoi sassolini e la sua polvere. Mai stanca di appartenere ad una cornice a parte rispetto alla realtà. Hanno accanto l’erba fresca, in primavera, che le fa risaltare come diamanti incastonati in una collana, inerpicata per chilometri che salgono e scendono senza sosta. Culla i tui ricordi, Siena, dei cavalli robusti senza zoccoli, ma guidati da fantini con tante maglie, dialetti, occhi diversi. Ma lì dentro, Siena, si specchiava la medesima immagine di bellezza dei tuoi colli verdi. Nelle narici, l’odore di qualcosa che non si può descrivere, ma che sa di strada di casa. In fondo, la polvere non ha odore. O meglio, sei tu che glielo dai.

E quanta di quella polvere, corridore, hai mangiato, prima di scorgere la Torre del Mangia. Briciole di terra arancione, che lascia impronte, come carezze e schiaffi, sulla pelle sudata e crea disegni da incorniciare nella loro imperfezione. Sei un’opera d’arte, ciclista, in mezzo alla tua fatica e al tuo respiro in costante ricerca di ossigeno. In quei 86 chilometri di scoperta e meraviglia, con qualcuno a bordo strada che ti ha fatto sentire la persona più importante al mondo, anche se il tuo nome non lo conosceva. Ma era lì, per te, a prendere polvere, per dirti di non mettere piede a terra. Sei tratti di strada impolverata, che hanno giocato con le ruote della tua bicicletta, pizzicandole. L’ultimo tratto, “Le Tolfe”. E’ stato duro, più del resto. Più di quello strappo inquietante che è Santa Caterina, che appare dietro un arco altissimo. E quando arrivi lì, sai che non manca più molto.

Le transenne ai lati sono piene di persone che rispettano la tua sofferenza, la onorano con un applauso. “Per te, che sei arrivato. Per te, che hai provato ad andare oltre quei muri di polvere e ci sei riuscito”. E non c’è niente che faccia sentire la vita scorrere dentro le vene come quella sensazione. Come chi è riuscito ad accarezzare il drago che gli si trovava davanti senza bruciarsi troppo.Perché in fondo è sentirsi vivi, la vera ragione del viaggio. A te, corridore, che non sei un professionista, ma che l’amore per la bicicletta te lo sei tatuato addosso e che piangi di stanchezza e felicità, seduto sulle pietre di Piazza del Campo.

Sei stato bravo, puoi dirtelo.

Photo Credit: GF Strade Bianche

Ma ora dormi, Siena, insieme alle tue stelle stanche di pedalare. Dorme la tua collina con l’erba rigogliosa, dormono le tue strade e tutto si tace. Torneranno tutti, Siena, a sognare dentro la tua polvere di terra rossa.

Photo Credit copertina: GF Strade Bianche

Ringrazio Michele per avermi raccontato la sua Strade Bianche e senza il quale questa storia non sarebbe stata scritta.

“Senza temere il vento e la vertigine”

Se una notte d’inverno, un viaggiatore. Anzi, no. Ricominciamo. Se una notte d’autunno, un corridore è meglio. Italo Calvino mi perdonerà per questa licenza poetica. Ma, quindi, se una notte d’autunno, un corridore, si ritrovasse dall’altra parte del mondo rispetto al suo paese d’orgine? Non sarebbe una notizia, perché ormai il cosmolpolitismo ha raggiunto anche il ciclismo da qualche tempo, e le trasferte non si contano più. Quindi perché dovrebbe importare a qualcuno di un corridore che, in autunno, sta sveglio di notte, prima di una corsa?

Perché in lui, seduto sul letto in quella stanza, a guardare il cielo fuori, c’è qualcosa di diverso. In quel corridore ricoperto da un’armatura di sacrificio e generosità, a proteggere l’ostinata perseveranza di chi è stato gregario, di chi si è sempre sentito gregario, di chi non ha mai rimpianto di esserlo. In quel corridore che si trova ad Okinawa, che se vista dall’alto, somiglia ad un drago che scivola sull’acqua, c’è la sintesi di quello che, per il ciclismo, è un enorme regalo. Il drago, che per  la cultura giapponese ha diversi significati, a seconda della zona in cui vi trovate. Ad Okinawa, per esempio, esistono delle statue dalle sembianze leonine-canine, dal viso di drago feroce, che, si dice, allontanino gli spiriti maligni. Quindi, traslando, il drago è una creatura che protegge.

Che abbia protetto anche te, Alan.

Protetto da paure e ansie, da tutte le paranoie che possono venire il giorno prima di una corsa. Soprattutto se, quella corsa, è l’ultima di una vita. Il congedo da una porzione di esistenza faticosa, ma dannatamente bellissima. E dannatamente non è casuale. Dannato è il gregario. Dannato da se stesso, immerso in una punizione a cui ha deciso di sottoporsi senza rendersene nemmeno conto. Quando lo fa, è ormai troppo tardi. La via è tracciata e non si può cambiare senso di marcia. E il corridore è dannato per sempre, tatuato da quella cicatrice di fatica e sacrificio.

“Se partirai, avrai davanti un lungo viaggio”  . Magari te lo avrà detto qualcuno, Alan, quando hai scelto di seguire il progetto della tua stella del destino, che ha disegnato solamente l’inizio del percorso, dandoti poi la facoltà di continuare come meglio hai creduto. E tutto è cominciato, forse, da una buona colazione in cucina, con mamma e papà, a raccontare di quanto sia bella la bicicletta, quanto libero ti faccia sentire, di quanto bene tu stia. E poi continua con pranzo della domenica, in compagnia di tutta la famiglia, a festeggiare il primo numero sulla schiena. E poi la prima coppa, il passaggio da una categoria all’altra. Il professionismo. Le divise che cambiano colore. Con le biciclette, le maglie, i pantaloncini e gli scarpini  che cambiano misura, si allungano, crescono, come la testa e i pensieri, come le ombre durante la giornata.

Sei diventato grande, forse nemmeno senza accorgertene. Hai continuato ad essere speciale, perché speciali non si diventa, lo si nasce. Hai iniziato a brillare solo un po’ di più, ogni giorno che è passato. Sei arrivato lontano, nel cuore di tanti.

Senza temere il vento e la vertigine, Alan.

Il vento di una giornata in Belgio, sulle pietre, a pregare un qualsiasi Dio che stesse ascoltando e che, in quel momento, non avesse troppo da fare. Fammi stare in piedi, fammi arrivare. Preghiera disperata di chi vive nell’angoscia e nell’incoscienza. E la  vertigine di una tappa del Giro d’Italia, in debito d’ossigeno per l’altitudine o in credito di acido lattico per l’estrema fatica di vette impervie. Tutto dentro di te, dentro i tuoi muscoli allenati.

Non ci sono Alpi o Pirenei, in Giappone. Ma c’è l’unica strada che, lo sai, potrebbe portarti dove mai non sei arrivato. La valigia ormai è gonfia di ricordi, di chilometri bagnati da lacrime e sudore amaro, di traguardi osservati da lontano, di minuti di ritardo in classifica, il vanto maggiore del gregario, che vede tutti passargli davanti, ma che se ne frega, e vuole solo arrivare. E quel numero così alto di secondi con il “più” davanti, lo rassicurano che, ancora una volta, ce l’ha fatta. Ma anche di schiaffoni in pieno viso, come se Cenerentola avesse visto la sua carrozza partire senza di lei qualche secondo prima di poterci salire sopra, incapace di realizzare il desiderio di ballare al castello col principe. E qualche volta è successo, a quel corridore, che ora sta guardando il sole sorgere. E che sente freddo, perché i brividi questo provocano. Iniziano a ghiacciare le dita delle mani, le dita dei piedi e bloccano i polmoni. Vede la linea bianca, con sopra un cartellone che recita “Fine”. Quante volte, quel brivido disegnato sulla terra nera ha bloccato il cuore per un attimo. E’ successo, magari ci sta pensando, adesso che il sole è sopra la sua testa e la bandiera a scacchi dà il via agli ultimi chilometri col dorsale sulla schiena.

Senza temere il vento e la vertigine, Alan.

Il vento ora ti spinge. La vertigine è quella che ti fa realizzare di essere solo, anche se in mezzo alla folla che applaude accanto a te. Non è più tempo di guardarsi indietro, non c’è più niente che ti appesantisce le caviglie, che possono smettere di malmenare i pedali. E’ solo tempo di bruciare, vivi, dentro. Nessuna scottatura, solo fuoco vivo nelle vene. Solo lacrime vive. E se ti dovesse bagnare una lacrima di rugiada, sai benissimo che dal cielo, le parole, arrivano a noi in un linguaggio tutto loro.

Se una notte d’autunno, un corridore si ritrovasse a sorridere, con l’emozione che gonfia gli occhi e li rende un po’ rossi, del colore dell’orizzonte di un tramonto in montagna, trovandosi a stringere tra le mani che tremano, un’intera vita, quel corridore sarebbe Alan. Quel corridore che, vi dicevo, è il più grande regalo per un ciclismo di chi ancora sa innamorarsi per una storia che non ha voluto trovare un punto, finché non gli sono venute in mente le parole giuste per farlo. Perché, si sa, lo scrittore sceglie bene ogni singola virgola. E anche se li ama, i suoi personaggi deve prima farli un po’ soffrire. Ma gli è così affezionato, che fa fatica a lasciarli andare.

E quella notte d’autunno è arrivata, Alan. Quella notte così piena di tutto, che si fa fatica a capire di cosa si stia effettivamente parlando. Quella notte, in cui soffia una brezza leggera, che accarezza la spalla, a rassicurarti, che è giusto così. Quella notte, in cui c’è un po’ di paura, per quello che sarà l’indomani mattina. Ma tu sai già come affrontarli, così come hai affrontato tutta la vita, senza temere il vento e la vertigine. 


Stella di gregario.

Gianni Brera diceva, parafrasando, che tutti coloro che scrivono vogliono includere, nei loro racconti, eroi invincili capaci di mirabolanti ed eternabili imprese; è invece una più nobile ambizione narrare le azioni degli umili.

Umili, appunto, che compiono azioni da molti classificabili come gesti legati alla quotidianità, alla normalità. Mi vengono in mente i vigili del fuoco, che salvano vite come mestiere, o i contadini, che vivono la terra e la fanno vivere essa stessa.

Oppure i gregari. Quelle creature che hanno, io credo, poteri magici. Gregari, che nello sport, sono stati valorizzati per la prima volta nel 1936, ad oper di Bruno Roghi, direttore de La Gazzetta dello Sport. Gregario, che nasce dal latino gregarius, (appartenente al gregge), che ancora deriva da grex, in greco gregge, appunto; indicavano soldati non graduati. E anche oggi, il gregario, lo è, un soldato non graduato, ma osserva chi riceve gli onori. Senza pretendere, anche se ha dato tanto in precedenza.

Il gregario è l’umile delle storie.

Alessandro Donati è un umile. Ha 38 anni, è nato ad Atri, in Abruzzo, che accoglie il profumo della liquirizia e il rumore del battito d’ali di poiane e sparvieri. Lo ricorderete in maglia Acqua & Sapone, con cui ha esordito nel 2004 e dove ha concluso la sua carriera da corridore nel 2012. Non ha mai vinto una gara, Alessandro, tra i professionisti. Ha sempre corso per qualcun altro.

E’ sempre stato una stella di gregario.

Alessandro è nato in una famiglia dove il ciclismo era di casa, pura quotidianità, una fiamma che tiene vivo un camino nelle fredde giornate invernali; una borraccia di acqua fresca, in una calda tappa del Tour de France. Una tradizione di famiglia, che ha viaggiato dal nonno ai nipoti. In particolare, è arrivata a Walter, suo fratello. Innamoratissimo, guardava Pantani in televisione; per lui esisteva solo la bici, racconta Alessandro. All’età di sei anni, però, Walter, ha dovuto trasformarsi in uno di quegli eroi che nelle fiabe lottano contro le bestie feroci. C’era sempre la bici a tenerlo appiccicato alla terra; poi, dopo due anni, la luce si è spenta.

Alessandro è diventato, da allora, una stella di gregario. Ho deciso che dovevo correre per lui, l’ho sempre fatto per mio fratello. E così ha fatto, diventando un uomo di riferimento per i suoi compagni, indossando i panni di un portaborracce, talvolta confidente e sostegno, sia psicologico che nel gesto sportivo. Ed è per questo suo essere uno speciale “soldato non graduato” che ha sempre avuto il rispetto, la stima e l’affetto di tutti.
In squadra eravamo come fratelli, ci capivamo con uno sguardo. Ogni vittoria, soprattutto quelle di Stefano (Garzelli, ndr), la sentivo anche mia. Non rimpiango nulla, rifarei tutto.

Adesso Alessandro in gruppo non pedala più, ma trasmette queste sue qualità ed esperienze ai corridori che consiglia dall’ammiraglia della Nippo Vini Fantini. Dopo una prima esperienza nella GM Europa Ovini, per il secondo anno si trova alla guida della formazione dai tratti nipponico-italiani, che ogni anno, cresce sempre di più. Voglio ringraziarli, dal primo all’ultimo, per la fiducia che mi hanno dato e continuano a darmi. Sono nato con la bici, poter continuare a viverla, è il massimo che potessi chiedere.

Alessandro che è un valore aggiunto, per il suo sentirsi sempre e comnque un corridore. Qualità necessaria e indispensabile per poter comprendere chi sulla bici corre ancora e aspetta un tuo consiglio dall’ammiraglia. Alessandro è nato gregario, e lo è ancora. Ad ogni passaggio di borraccia, una parola di conforto o di motivazione, un sorriso, una carezza sulla spalla del corridore; proprio come era in gruppo. E’ una stella di gregario.

Se nasci gregario, lo resti per tutta la vita. Resti incollato a quella dolcezza e all’attitudine alla sofferenza che non ti abbandonano più. Vince sempre, il gregario. Perché la sua vittoria, è la gioia degli altri.

Danno più di quello che ricevono, i gregari, sempre. La ricompensa consiste nel diventare l’umile che cresce e diventa Uomo.

 

30743507_944333089068528_3800506309636502350_n
Photo Credit: Alessandro Donati

 

Lo scalatore che voleva scrivere.

Nella monotonia di un pomeriggio di un luglio fin troppo afoso, il Tour de France scorre distratto alla tv, come l’immancabile compagno della siesta pomeridiana, in combo con un ghiacciolo all’amarena. E’ una tappa particolare, quella di oggi, perché la partenza è organizzata come nelle gare motociclistiche, in griglia; scenograficamente particolare. C’è un ragazzo giovanissimo, dalla pelle quasi ambrata, che sostiene un capitano in difficoltà. Hanno entrambi una maglia bianca con un’orca sulla schiena. Mancano pochi chilometri all’arrivo, il capitano, coi gomiti larghi sul manubrio, soffre, patisce forse l’altitudine e sta crollando; il ragazzo dalla pelle ambrata cerca di portarlo fino alla fine. E’ estasiante la sua pedalata e la sua affinità con la sofferenza.

Si chiama Egan, viene dalla Colombia.

Egan Bernal è un altro talento nato il 13 gennaio; come Pantani, per intenderci. La sua infanzia la passa in Colombia, suo paese d’origine, in particolare a Zipaquira, una città a 50 chilometri da Bogotà. Papà è uno dei guardiani della Cattedrale del Sale della città, una delle meraviglie della Colombia, mentre mamma è casalinga; furono loro a spingerlo a correre in bici.

“Prova, un anno. Poi vedi come va”

Sì, perché Egan aveva scelto di continuare a studiare, sognava di diventare un giornalista, e per questo si era iscritto a scienze della comunicazione. Gli allenamenti poco spazio lasciavano allo studio e il bivio era quasi del tutto obbligatorio: bicicletta o banchi di scuola. Siamo qui a parlarne, la scelta risulta chiara a tutti. E’ proprio papà German che ha fato scoprire la bici al piccolo Egan. I due, spesso, si concedevano una pedalata durante il tempo libero del papà; oltre a questo, i due trascorrevano i pomeriggi di maggio e luglio a guardare le bellezze del Giro d’Italia e del Tour de France.

Le prime gare, però, non furono su strada, ma su roccia viva e terra brulla dei boschi colombiani, e nel 2014, un Egan non ancora diciottenne, diventa vice-campione nazionale categoria juniores; dal 2015, però, si trasferisce in Italia, vicino a Torino, assieme alla fidanzata Carolina .La bici da strada la conosce qualche tempo più tardi, intorno ai vent’anni, e inizia ad amarla seriamente quando Gianni Savio lo vuole a tutti i costi con la maglia del suo team, Androni Giocattoli.

Oggi è al Tour de France, con una maglia bianca su cui è disegnata la sagoma di un’orca, per sostenere la causa della pulizia degli oceani. E’ al Tour de France, dove, fino a qualche giorno fa, si trovava anche il suo idolo, il suo esempio, Vincenzo Nibali. E’ al Tour de France come gregario di Geraint Thomas e Chris Froome, che oggi ha scortato sino al traguardo, cercando di proteggerlo dai fischi e dalle brutte parole che il pubblico ha pensato di riservargli; è commovente, nel suo voltarsi indietro, cercando lo sguardo del capitano che ha bisogno d’aiuto, che ha necessità di sentirsi meno solo in quei chilometri crudeli. Arrivano insieme, al traguardo, il presente e il futuro non troppo lontano.

Egan, che voleva diventare un giornalista, che aveva scoperto di avere il dono della scrittura con carta e penna, ha capito che anche la bicicletta può regalare versi di pura poesia, che si compongono con i muscoli che si contraggono durante lo sforzo, i denti digrignati, il sudore che scivola sulla pelle e gli occhi stanchi e allucinati dalla sofferenza.

91756

©Photo Credit: Tour de France

Parigi è l’amore.

Parigi è l’amore. E quando è la tua destinazione, non pensi ad altro. Anche se ci arriverai tra qualche mese, magari per n viaggio prenotato lo scorso anno perché era un’occasione imperdibile. Tornare a Parigi e trovarla diversa. Che voglia che ne ho.

Ricordo poco, della prima e unica volta che vidi la Tour Eiffel, perché quando si è bambini non si fa attenzione ai monumenti o ai palazzi storici. Ma quel poco che la mia mente ha fotografato, è lì, immobile, nel mio cassetto di polaroid scattate dai miei occhi.

Di Parigi è l’atmosfera che ti conquista. E’ la leggerezza. Le piccole cose. Sono quei dettagli che mi hanno fatto promettere un ritorno.

Il satellite mi dice che da Noirmoutier-en-l’Île, Parigi, è lontana di nemmeno 471 km, cinque ore di automobile dai. Eppure, la deviazione è molto più lunga. Porterà i corridori a percorrere più di tremila chilometri, per poi tornare indietro. E  arendersene conto, forse, verrebbe la voglia di deviare e arrivare subito accanto alla Senna. Perché Parigi è calamita per i cuori innamorati.

Per arrivare in quelle strade che hanno posseduto l’anima di tanti poeti e cantastorie, servirà solo una bicicletta. Correrà su carreggiate deserte,  immerse nel profumo della campagna francese. Si inclinerà lungo salite che sembreranno senza fine, che parranno sfiorare il cielo. Leggermente, poi la realtà le schaiccerà a terra. Rimbalzerà, la bicicletta, su quelle pietre che di solito portano verso Roubaix in primavera, anche se ora è luglio e il telaio si abbrustolirà, e la pelle brucerà. Da qui, Parigi è ancora lontana.

È distante da te, ciclista emozionato, che per la prima volta nella tua vita ti ritrovi in quella carovana festante. La raggiungerai, non preoccuparti. Ma lo sai anche tu, c’è un viaggio da compiere. Ci sono miraggi ancora da credere veri. Ci sono viuzze e culture ancora da incontrare, dialetti ancora da ascoltare e che sapranno coccolarti. C’è la tua gente ancora da salutare.

C’è il Tour de France da correre.

Anche se ci sei già stato, sarà come la prima volta. E se davvero, per te, è la prima volta, ti scopriari giorno dopo giorno. Ogni tappa sarà come il primo contatto con il mare, quando l’onda sottile ti ha sfiorato i piedi, scavando, a poco a poco, la tua anima. Ogni chilometro sarà parte del tuo bagaglio di esperienze che non ti lasceranno più.
E crescerai, lungo quella cartina disegnata da “quelli in giacca e cravatta”. Riavrai addosso quella pelle d’oca di un primo bacio. Aspetterai con impazienza quello dell’Arco di Trionfo.

Perché al termine di tutto questo, Parigi non ti sembrerà più lontana. La avrai davanti. Brillerà come una corona d’oro.

Luccicherà come quella maglia, che ti passerà accanto da domani in poi. La vedrai, addosso ad un altro, o magari guardandoti allo specchio. Sarà gialla, come la luce che ti sorride da sopra la testa. Ti servono gli occhiali, il bagliore è troppo intenso.

Parigi è per tutti voi che avete il numero sulla schiena. La sentirete parlottarvi all’orecchio, ogni giorno sempre più forte. Ma ora godetevela, la Francia che vi spinge. Non abbiate fretta di vedere la torre di ferro, la chioma bionda di Giovanna d’Arco dall’alto del suo cavallo d’oro. Guardate i gregari che si dannano, i treni che si agganciano per le volate, uelli che si staccano e quelli che vincono.

Il Tour de France lo scrivono tutti. Il ciclismo lo scrivono tutti. Piccole o grandi apparizioni, tutti dentro la voce che anima le montagne e la pianura. Una pioggia di anime che bagna di dolcezza e passione tutti quelli invadono la carreggiata anche solo per un semplice e distratto istante di giornata.

Ci tornerò a Parigi. Ci arriverete a Parigi. Ma per il momento, è distante. E’ ancora lontana. Per me. Per voi. C’è il Tour de France ancora tutto da correre.

Da scrivere.

Da vivere.

©Cover Photo: Jean-Paul Pelissier/Reuters

#Giro101: Cervinia | Stella Polare.

Il Cervino è il monte che fuma. Non perché sia un vulcano, ma perché, sulla punta, ha quasi sempre una nuvoletta, che sembra un baffo di fumo emesso dalla pipa di qualcuno che passava da quelle parti. E quando il vento soffia in una particolare direzione, quello strascico di nuvola si spinge verso l’alto e sembra per davvero che, al suo interno, stia andando a fuoco qualcosa. Il Cervino, quando lo vedi per la prima volta, ti fa perdere quasi l’orientamento. Quando poi torni a trovarlo, diventa la tua Stella Polare.

image6

Stella Polare anche per il Giro d’Italia, che non faceva visita in questi luoghi da tre anni. L’ultima volta, aveva vinto Fabio Aru, in solitaria. E a Valtournenche se lo ricordano bene. Appese ad una vetrina, le sue foto incorniciate di rosa. Anche se sanno benissimo, da queste parti, che Fabio non passerà quest’anno, perché il Giro lo ha già lasciato. Ma loro lo pensano, e hanno voluto farlo sapere a tutti. In fondo, è in momenti simili che l’affetto è ancora più necessario. Come un cubetto di ghiaccio che scende in gola durante un caldo pomeriggio d’agosto. Sembravano dire “ti aspettiamo qui, Fabio”. Sì, ti aspettiamo. Non c’è fretta. 

image1

E proprio da Valtournenche è cominciata la mia tappa. Fino a Cervinia sono circa nove chilometri. Dopo un po’ di marcia sotto il sole, mi fermo per qualche minuto nel punto, nella curva, in cui avevo visto passare il Giro le altre due volte che era passato di qui. Pochi attimi bastano, per un rapido rewind e per rimettersi in cammino. Quest’anno il punto scelto per vedere il passaggio è diverso. Qualche tornante più su. C’è un punto da cui si scorgono anche le curve al di sotto. Bisogna essere un po’ avidi, in questi casi. Bisogna prendere il massimo da quello che la strada offre. E più corsa vedi, più stai bene. Perché sai già ancora prima che cominci che finirà troppo presto. Ma ormai mi sono rassegnata a questo da molti anni. Eppure, torno sempre. Eppure, questa è casa. 

Su, nella piazza di Cervinia, mi colpisce un bimbo a cui non so dare un’età; non sono mai stata capace a farlo. Ha la maglia della Mercatone Uno e la bandana azzurra con l’orlo blu e le ruote di bicicletta disegnate sopra, quella dell Tour de France. Un Pantani in miniatura. Mi soffermo un momento a guardarlo, e penso a quante vite ha uinito quel Pirata venuto dal mare. Vedessi, Marco, quanto manchi anche a chi non ti ha visto correre, a chi non ti ha pianto, e rimpianto più volte, da quel 2004. Vedessi, Marco, quanto staresti bene qui, in mezzo a chi ti vuole e per sempre ti vorrà bene. Vedessi, Marco. Ma voglio sperare che tu, tutto questo, lo stia osservando per davvero e ti senta meno solo di quando eri qui e ti addormentavi ogni sera con l’angoscia nel cuore. Spero tu le senta, Marco, tutti queste queste voci che ti chiamano, e ti aspettano, fiduciosi, spuntare dietro il tornante.

Lui ti aspetterà per sempre, anche se non ti ha mai conosciuto. Noi ti aspetteremo per sempre.

33596097_10214506552475715_5535203961021136896_n

Passano le ore, sdraiata al sole su un soffice prato in compagnia di qualche formica e qualche fiore. Un occhio alla diretta web, un orecchio alla strada, in attesa di quelle sirene che tanto mi inquietano, ma che tanto aspetto. Arriva, accanto a me, un signore dai baffi bianchi e le rughe intorno agli occhi. Si vede che sorride spesso, penso. Vuole sistemare la bici sdraiata sul prato sopra il muretto. Gli chiedo se vuole un aiuto, lui mi ringrazia, ma fa da solo. Scopro che è americano. Mi mostra, con orgoglio, il suo telaio Lemond. “Great champion” mi dice. Io annuisco, sorridendogli. Mi incanto ad osservarlo mentre accarezza la bicicletta con lo sguardo, attento che non si sporchi o che non si faccia male cadendo. Tutto è a posto, può andare a prendere posto dalla parte opposta.

image3

E’ come essere immersi in un liturgico silenzio, in attesa che la messa cominci. Tutti gli occhi sono fissi in un punto, il più lontano che possa essere messo a fuoco, per essere tra i primi a vederli arrivare. E quando le campane suonano, tutto prende vita e si aspetta quel segno di pace, che sono le biciclette che arrivano. E poi arrivano. Prima Nieve, da solo. Poi altri, alla spicciolata. Passa Brambilla, che non ne può più. E quanto vorrei spingerlo fino al traguardo. Eppure, lo sforzo va rispettato, a bordo strada. Basta un applauso, è sufficiente un “bravo” per togliere peso dalle gambe. Arriva la Maglia Rosa, gli occhi sono per lui. E anche gli applausi, finalmente.

Il sole viene nascosto, ogni tanto, da qualche nuvola dispettosa, e qualche corrente d’aria fredda inizia a soffiare. Ho le mani fredde, anche se applaudo per scaldarle. E sto lì, a guardare giù, impaziente, mentre aspetto gli ultimi. I miei. Il coraggio chiama coraggio sulle proprie impronte, penso, mentre mi passa accanto il gruppo più numeroso di giornata. Il loro, gli ultimi. Hanno un ritardo di più di 45 minuti dal primo. E hanno i visi stanchi, spossati. Qualcuno è pallido, qualcun’altro ha le guance imporporate e la fronte carica di gocce di sudore. Si contraggono, le loro gambe, in un fascio scomposto di muscoli, che sembrano rami d’albero. Sentono qualcuno che gli urla che “è finita”, ma non so se gli credono. Vorrebbero farlo, lo sperano. Vedo Simon Yates, in fondo. Mi viene la pelle d’oca. Mi si stringe il cuore. Perché lo meritava, Simon, il Giro. Tanto. Sarà per la prossima volta.

image4

Arriva il fine corsa. Tutto si chiude, religiosamente, in una processione di cuori malinconici di ritorno verso casa. Zaino in spalla, la giornata è finita. Mi volto indietro, il Cervino mi guarda, da dietro il velo della sua nuvola. Custode dei miei stati d’animo, eterna guida dei miei attimi di intensa felicità.

Stella Polare. 

 

Ho sognato le biciclette nel deserto.

<< Che sia stato tutto un sogno? Sai, ho sognato biciclette nel deserto. Affacciati ai guard rail di lunghe e appannate strade, una fila di cammelli dall’espressione assonnata e con le lunghe ciglia. Ruminavano tranquilli e sereni. Mi guardavano, e io guardavo loro. Ma non ho capito se stesse succedendo davvero >>

E’ successo.

<< Sai, il Giro d’Italia è partito da Gerusalemme. Mi è parso assurdo sino al giorno prima, quando mi hanno dato il Garibaldi e ho letto nomi mai sentiti prima sulle mappe delle prime tre tappe. Gerusalemme, ma ci pensi fino a dove siamo arrivati? Non sapevo nemmeno io cosa fosse giusto provare. Stupore, forse. Sì, ecco, stupore. Perché, insomma, hai mai visto le biciclette nel deserto? Così tante, io mai. E io ero su una di quelle >>

Sì, c’eri. Eri con la tua bici nel deserto.

<< Ad un certo punto, mi sono anche spaventato, a vedermi correre accanto così tanti ragazzi. Chissà se eravamo dentro lo stesso sogno. Il mio e il loro. Chissà se avrebbero mai potuto immaginare un’avventura come questa. E chissà se i loro sogni saranno simili ai nostri. Ho sentito che a poche ore di macchina da noi, c’erano i soldati. Chissà se tutto questo è reale o qualcosa di diverso >>

Surreale, forse, ma non per questo meno vero.

<< Allora, me lo giuri? Non abbiamo sognato i cammelli, le dune, le rocce a strapiombo, il mare nascosto dal silenzio del deserto, le oasi di palme e le costruzioni antiche, i profumi di spezie, i 38 gradi sulla pelle, le magliette sudate, le curve pericolose, le strade larghe ristrette dalle ali di persone che ci stavano intorno, le musiche, i colori, le borracce d’acqua e sali minerali consumate (ho perso il conto), le docce fresche in hotel che sembrava di rinascere. Non ho più fiato, perdonami >>

Tutto vero. O magari, abbiamo sognato in due le stesse immagini, ma è molto difficile.

<< Dev’essere così, allora. Io ancora non sono convinto. Il numero sulla maglia è qui, già un po’ consumato. Guarda, ha già l’angolo piegato >>

Con tutto quel vento, già è un miracolo che sia ancora qui, non trovi?

<< Sì, hai ragione. Non farmi pensare a quel vento. Ho quasi pensato di volare, ad un certo punto. Mi ha spinto come mai mi era sucesso prima. Ho scattato qualche foto, dopo la corsa, guardale, belle, vero? >>

Sì, molto. Adesso sei più convinto di esserci stato per davvero?

<< Sì, credo. Ora sono su questo aereo, stiamo lasciando tutto alle spalle. L’ho aspettato tanto il Giro d’Italia, e domani sarà già la quarta tappa. Il Garibaldi dice che sarà dura. C’era da aspettarselo. Però, a parlare qui con te, mi sento più appiccicato al mondo reale. Dev’essere stato assurdo anche per te, vederci lì >> 

Sì, diciamo che non ci sono così abituata. Ti confesso, quando tu eri nel deserto, io un po’ sonnecchiavo. Sai, la pennichella dopo pranzo..

<< Non preoccuparti, non mi offendo. Dai, adesso ti lascio, che l’aereo mi aspetta. Da domani non dormire, però. Ti saluto >>

Promesso. Vedrai, caro corridore, da domattina sarà tutto diverso. Domani mattina sarà tutto un po’ meno alieno. Sarà tutto un po’ più nostro.

Bentornato, Giro. Bentornato a casa. 

giro
Photo Credit: Giro d’Italia (Twitter)